Recensioni

Esce finalmente allo scoperto questa band di Portland, quello che si dice un segreto ben custodito, cinque giovanotti attempati col pedigree nutrito di collaborazioni eccellenti (Minus 5, Decemberists, Guided By Voices, Peter Buck, Elliott Smith…) e una voglia matta di farci sentire quanto è vivace e capace la loro attitudine psych-pop.
Pronti-via, con Seagulls Into Submission si parte con un siparietto indie caramelloso da nipotini anni 80 dei Big Star, condito con un jangle remmiano a nervi scoperti. Subito dopo tocca all’altro pezzo forte in programma, una Psych #1 che ondeggia ammiccante impastando l’impeto resinoso Hitchcock tra vampe ipercromatiche Elephant 6. È come essere saliti nello slittino che scivola a svolte rapide tra ombre e colori 60s, pescando talora nella bambagia indolenzita di Sarah Records (vedi la delicatezza indomita e ciondolante di Into The Sun) e talaltra covando l’incantesimo lustro dei più eterei Suede (Frame We Filled), concedendosi quando è il caso una verve tumultuosa che sembra mescolare Teenage Fanclub e Neutral Milk Hotel (Say It’s Alright).
Se c’è un limite a questo gioco, è che sembra sempre vicino ad accontentarsi di essere appunto un gioco, di ammiccare anziché coinvolgere, fermandosi ad un ricamo estetico anziché affondare nel cuore di quel turbamento che definisce il senso di tanto dream pop (valga per tutte l’esercizio di stile di Floating Underground). Resta tuttavia un disco pieno di convinzione e freschezza, con quella capacità di piazzare il colpo da professionisti – vedi l’hook ipnotico e festoso di Everybody oppure il ghigno dolciastro quasi Malkmus di Mile To Wave – che ti spinge a concedere un po’ di entusiasmo, se non il cuore.
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