Recensioni

Il termine inquietudine sembra essere tra i più appropriati per tentare di abbozzare un profilo dell’art-rock degli Everything Everything. La loro musica è nevrotica, esotica, ballabile e cupa allo stesso tempo. I loro testi apocalittici, ermetici e diretti a seconda del momento. È un groviglio complesso quello della band di Manchester che, forte della tradizione musicale della propria città, rimane sempre esposto a contaminazioni sonore e concettuali.
L’ultimo anno ci ha mostrato il vuoto comunicativo, di cui si è parlato a più riprese, che stiamo vivendo prontamente tramutato in ansia socio-politica e abilmente descritto dal quartetto britannico in A Fever Dream, uno degli episodi più interessanti del 2017. Qui in Italia si fatica ancora un po’ ad apprezzarli ma in terra d’Albione gli Everything Everything stanno trionfalmente raccogliendo apprezzamenti da più parti e si accingono a iniziare un lungo tour posticipato di qualche giorno a causa della neve.
Per coronare questo momento e per rinvigorire il riverbero dell’ultimo album, è stato pubblicato un Ep con qualche outtake dello scorso episodio e una manciata di rarità legate sempre a quelle sessioni di registrazione. A Deeper Sea è un corollario degno di nota che prolunga i giusti applausi a un gruppo interessante e da (ri)scoprire. Higgs a raccontato a NME che l’overture affidata a The Mariana è legata alla fossa delle Marianne, la depressione oceanica più profonda.«It’s another way to talk about all of these things like depression», mood percepibile ascoltando il brano: una Born Slippy che non ha il coraggio di tuffarsi nella techno e preferisce rifugiarsi in un intimista intreccio di voci.
Agli antipodi troviamo Breadwinner, un brano classicamente Everything Everything: post-punk e bassi potenti che fanno da tappeto a ritmiche incalzanti e alle cantilene in apnea delle voci. Muscoli e cuore, il dramma che brucia e si consuma su crescendo dinamici ed estatici avvallamenti: la teatralità rimane uno degli assi nella manica dei mancuniani. Sotto questa luce bisogna far rientrare anche il trattamento di Tom Vek ad Ivory Tower, brano di Fever Dream che descrive la lacerazione sociale britannica post-Brexit attraverso le ansie legate al colore della pelle e l’incertezza economica, e Don’t Let It Bring You Down eseguita live alla BBC Maida Vale, che ricodifica Neil Young secondo gli stilemi melodrammatici del quartetto.
Mai fini a se stessi, sempre fedeli all’approccio celebrale piegato all’esigenza di una estetica personale, gli Everything Everything ci consegnano l’ennesimo attestato di bravura. Non sanno cosa sia un esercizio di stile, nonostante di stile ne abbiano da vendere: sono barocchi e non lo nascondono, sono credibili e difendono brillantement quello che è forse il loro miglior pregio.
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