Recensioni

6.8

Chi aveva ancora dei dubbi su Carla Bozulich li ha fugati vedendola dal vivo nel recente tour italiano. Una che aggredisce il palco in un modo che definire smaliziato è poco. Una performance la sua, decisamente teatrale e sopra le righe. Carla è una che ci fa e ci è con la stessa convinzione e la sua musica riflette tutto questo alla perfezione. Quindi molto di impatto e architetta nel dettaglio per ottenere sempre una reazione, proprio come una movenza d’attore su un palcoscenico tiene desta l’attenzione del pubblico mentre con enfasi si alza la voce, si muove un braccio o ci si inarca verso gli occhi che osservano. Il teatrino di Carla però non è di quelli agevoli, perché si conferma anche in questa occasione come un grand guignol dove si mimano dolore e morte, passione e speranza. La musica muove quindi sempre da un fondale che è più nero della pece o dell’occhio che sfoggiava la Nostra nelle date italiane. Con la fidata Tara Burnes e con uno stuolo di ospiti traghetta il nome del precedente album a tutta la sua musica e licenzia questo nuovo disco con il nome dalle sinistre risonanze bibliche di Evangelista. La musica è quella che ti aspetti eppure non suona mai ovvia o prevedibile. Ancora una volta è una faccenda di visioni, tormenti ed estasi a gradazione variabile lungo il percorso tortuoso delle diverse tracce. Wind Of St. Anne cita il Morrison di The End (“the West is the Best”); Smooth Jazz mena fendenti malevoli dai riflessi industriali; Lucky Lucky Luck è un blues depresso da bettola; For The L’il Dudesuno strumentale da thriller. Rispetto al disco precedente forse manca una visione di insieme e l’ispirazione fugge continuamente in direzioni diverse, ma il piglio è sempre sincero, ruvido, livido, aggressivo sia che provi a rifare una cavalcata punk come i vecchi tempi dei Geraldine Fibbers (Truth Is Dark Like Outer Space), sia che intoni nenie lunari dall’umore anemico (Paper Kitten Claw). L’album si chiude con un salmo religioso che trascende i corpi al suono di una disastrata banda jazz. Carla sale in cattedra per il suo sermone di chiusura: “When all hope is gone there’s only thing left. One defiant word that hasn’t dried on our parched lips. Can you say it with me? Love. Love”.

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