Recensioni

7.2

Come definire il ritorno di uno dei nostri cantautori più atipici, eppure meno nascosti, con uno dei marchi storici, eppure meno italiani, del suono italico dei Settanta? Epifania? Colpo di coda rabbioso in un momento di dilagante conformismo a tutti i livelli? Oppure semplice ritorno a casa, laddove casa significa soprattutto riproposizione di un suono con intento celebrativo eppure votato al presente in modo fecondo?

Eugenio Finardi ha attraversato la buffonata sanremese con la dignità che gli è propria da sempre e soprattutto negli ultimi anni di progetti sotterranei ma bellissimi (su tutti il tributo a Wysotsky) dopo che l’altra apparizione all’Ariston (anno 1999) l’aveva visto sbandare paurosamente. L’epilogo discografico di quest’ultima esperienza con l’arrovellarsi laico di E tu lo chiami dio è un triplo cd su etichetta Cramps nel quale il nostro rilegge ventisette brani del suo repertorio aggiungendovi cinque inediti partoriti con varie collaborazioni (Max Casacci, Zibba).
 L’occasione è festeggiare i sessant’anni di vita e farlo con una band di giovani musicisti in perenne tensione elettrica che fanno da esatto contrappeso alla voce sempre più strumentale e multiforme del nostro – una specie di violoncello scabro incastrato nell’ugola, con la stessa inquietudine e potenza.

Il risultato è di quelli che segnano, soprattutto per taluni episodi in passato appesantiti da produzioni non all’altezza e che qui vengono rimessi a nuovo. Finardi dal canto suo ha il classico atteggiamento di uno che, vista l’età, viste le esperienze, visto lo scatafascio intorno, se ne frega e suona esattamente quello che gli va. Prima il fado, poi la musica sacra, poi l’apoteosi del cantautorato russo. Ora le sue canzoni in un profluvio di chitarre in eccitazione e bordate di moog a sigillare l’ascolto. E fa niente se tirate le somme gli inediti, a dispetto di un frammento di Storia che ti cade fra le mani così baluginante e candido, non sono poi questo granché.

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