Recensioni

7.5

Ai campioni utilizzati nel primo capitolo della trilogia – A Post-Fordist Parade In The Strike Of Events(Baskaru, 2006) -, culturalmente connotati, saturi di memoria
collettiva, e dunque fortemente significativi,  l’ultimo (etre)
preferisce – ma non è regola ferrea –  le voci private,  cariche di
memoria personale, i suoni capaci di generare ricordi, evocare affetti,
persone – ancora presenti nella vita dell’artista, o non più a questo
mondo; è il caso di quelli utilizzati in Voices Stomp Flames For Requiem Times.

Il Salvatore Borrelli degli ultimi due capitoli della trilogia è
all’inquieta ricerca di un linguaggio privato – quel linguaggio che
emerge, in frangenti di suono di abbagliante lucidità, dal solito
ribollire di detriti in sottofondo – come avviene, a mero titolo
esemplificativo, nella splendida coda di These Birds Say To Me:“It’s Hard To Live!” o con l’intimismo pianistico di We Do Boring Things Togheter

L’unità espressiva minima utilizzata dal napoletano rimane sempre e comunque – sia chiaro – il glitch, il microsuono, il frammento. La logica compositiva, di natura modulare, quella del cut-upconsciamente o inconsciamente mutuato da Burroughs, inaugurato con
Dada: e dunque, l’atomico il molecolare il microscopico, ma anche il
detrito il rifiuto la scoria lo scarto prelevati da un flusso continuo
ed isolati – spesso con punte di estrema violenza espressiva: si
ascoltino gli inequivocabili gemiti di Music For Nobody And YOU o l’incedere marziale delle contrade allo scorso Palio di Siena di Endstation Palindromes – in un ambiente artificiale a ecosostenibilità zero. Letteralmente costrettia convivere – il rischio, con (etre), sta nell’eccessiva saturazione
cromatica (e culturale), nell’eventualità, sempre dietro l’angolo, che
il caos così come l’intendono la fisica e la matematica contemporanee
divenga caos tout-court –, quasi mai scorti a dialogare. 

Ma forse ad uno scavo diligente, ad un’immersione profonda, al termine
di tutti gli strati, esiste qualcosa di sorgivo, una base solida e non
fluttuante da cui scaturiscono le intuizioni di (etre). Se
inevitabilmente vien fatto di chiedersi, che fine poi faccia il tanto
sbandierato folkin quel marasma scomposto di elettroni che i dischi di (etre) rischiano
di apparire ad un primo, timoroso, addomesticamento, che si cerchi quel
fondo, se a mancare non è la pazienza. (7.5/10) a Voices Stomp Flames For Requiem Times, (7.3/10) a I Can’t Take My Head To See HIGHER Becouse The Sky Is Landing Over My Neck.

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