Recensioni

Massarosa, entroterra versiliese. Una stalla costruita a fine Ottocento convertita in sala prove e studio di registrazione. Sullo sfondo, le colline abbracciate dalle Alpi Apuane e dal mare. Sul muro dell’edificio, invece, una mattonella in ceramica che riporta la scritta Musica di Provincia, emblematico titolo del quinto album in studio degli esterina. Sin da un primo sguardo, la copertina dell’LP riesce a sintetizzare perfettamente l’immaginario estetico portato avanti da oltre quindici anni dalla band toscana: il quartetto capitanato da Fabio Angeli, infatti, fonde con maestria influenze post rock mutuate da band quali i Giardini di Mirò e i Mogwai ad una vena cantautoriale italiana che contempla l’uso del dialetto, dando vita a storie intimiste, ermetiche e marginali che si svolgono fuori dai riflettori del palcoscenico della metropoli.
Una fanbase fedelissima, inoltre, segue le gesta della formazione sin dagli esordi di Diferoedibotte (2008): ogni anno, ad esempio, il gruppo riesce ad organizzare un concerto di Natale con pochissimi giorni di preavviso e a radunare centinaia di accoliti. Dinamica ripresentatasi puntualmente anche per il release party del disco in una Viareggio ancora malinconica e uggiosa dopo la fine del Carnevale. Durante le due estati pandemiche, inoltre, gli esterina si inventarono i “concerti di Rietto”, appuntamenti settimanali in cui i presenti potevano assistere ad un’esibizione del gruppo, proprio davanti alla loro sala prove, quando nessun’altro organizzava concerti, registrando numerosi sold out e paganti provenienti da tutta Italia. Quel momento storico è stato catturato nel live album Concerti per esseri umani (2022), uscito anche in un curioso formato CD dove, oltre alle canzoni, era presente qualche filo della paglia utilizzata per realizzare le comode presse destinate ad accogliere gli ospiti a Rietto. È logico, dunque, che, dopo questa esperienza, la band sia ripartita esattamente da quel luogo a pochi passi dal lago di Massaciuccoli. Facendo della propria indipendenza una vera e propria dichiarazione di intenti, oltre che un manifesto politico di resistenza alla noia e alla calma assordante che spesso soffocano la provincia, lontana dalle pulsazioni vitali delle grandi città.
Dopo aver collaborato con personalità di spicco come Guido Elmi, Fabio Magistrali, Marco Lega, Gareth Jones e Ale Sportelli il gruppo dà vita alle dodici composizioni solamente con l’aiuto di Arturo Pacini, loro sodale di lunga data. È assolutamente sensato, dunque, che la narrazione parta proprio dal paese che non hanno mai deciso di abbandonare, neppure quando sembrava opportuno. Open to Massarosa è uno dei due episodi strumentali, assieme al conclusivo Calafata, che cita in maniera più esplicita quel luogo schiacciato tra il mare e i monti in cui è nato il sound degli esterina. I due brani erano già apparsi, non a caso, in un cortometraggio in cui la band attraversava in barca il lago, approdando a Viareggio per presentare il loro disco precedente, Canzoni per esseri umani (2018). A stagliarsi, come in altri episodi, sono i vocalizzi del frontman, utilizzati con una funzione puramente espressiva à la Jónsi dei Sigur Rós, che si adagiano sull’interessante trama strumentale intessuta dagli altri componenti. Massarosa, però, è solo il punto di partenza. In Esisti te si riflette sul concetto di patria e di appartenenza, proprio come accadde nella commovente Stesse barche, mentre in Genova quel ragazzo le lancette tornano agli eventi drammaticamente attuali del G8 del 2001. D’altronde la band aveva già raccontato eventi storici con una personalissima chiave di lettura, come il drammatico eccidio di Sant’Anna di Stazzema in 12 agosto da Come Satura (2011).
Presenti nella tracklist anche due brani che da diverso tempo facevano già parte dei concerti: Le cose che da tempo di dovevo, uno dei brani più marcatamente post rock, e La mia ragazza, una struggente lettera d’amore al pari di Amore splendido, canzone impreziosita per la prima volta da una voce femminile (Maria Elena Lippi). Non mancano neppure episodi più distorti e aggressivi (Una roba facile), contrapposti alla gentilezza acustica della ballata di Se me lo dicevi prima.
Un’opera, dunque, estremamente variegata ma coerentissima, leggibile come la sintesi di una poetica musicale costruita sapientemente un tassello alla volta, album dopo album. Ancora più esplicitamente che in passato, però, la formazione acquisisce coscienza e consapevolezza del proprio status di band ai margini, facendone motivo d’orgoglio e rivendicando la centralità della provincia spesso dimenticata. Donandole rilevanza, a partire dal confezionamento grafico del disco e attraverso dodici brani che nascondono mondi pronti per essere scoperti. I suoni ispirati dal panorama lacustre e dall’isolamento di un comune di poco più di ventimila persone finiranno sicuramente per propagarsi ben più lontano, rischiando, addirittura, di espugnare le città. Facendo conoscere a tutti le (micro)storie cantante da esterina.
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