Recensioni

Complice il Centro d’Arte dell’Università di Padova, un’istituzione che quest’anno spegne 80 candeline, la città universitaria per solito non troppo eccitante sul fronte musicale regala addirittura due serata live di Jim O’Rourke. Anzi, lo Special Project, che ha coinvolto anche altre attività con il Conservatorio cittadino, porta per la prima volta O’Rourke a esibirsi a suo nome in Italia e, per la prima volta in Europa, porta il trio Kafka’s Ibiki nato nel 2013 con Eiko Ishibashi e Tatsuhisa Yamamoto. Due serate che hanno il sapore dell’eccezionalità e che fanno registrare un afflusso notevolissimo di persone di ogni età.

A differenza di quanto indicato dal programma, O’Rourke esce in prima battuta da solo, con passo quasi incerto, timido accolto dall’entusiasmo dell’Auditorium Pollini, pieno fin quasi alla massima capienza. Esegue Shutting Down Here, composizione del 2020 che fin dalla sua pubblicazione è sembrata ripercorrere oltre trent’anni di attività avant per la molteplicità delle sfaccettature musicali che presenta. Il percorso si snoda in oltre venti minuti che passano a volte con naturalezza, a volte con improvvise recisioni da trame elettroniche dal gusto cibernetico e a paesaggi sonori melodici innervati di droning e field recording. Ogni spora musicale sembra lasciarsi inghiottire dalla successiva, come trovandosi di fronte a un uroboro che confonde passato e futuro. A colpire, in questa eterogeneità di spunti è la coerenza dell’impianto compositivo in cui la diffusione multicanale garantita dalla collaborazione con ha aggiunto una dimensione immersiva ancor più potente.
Breve discesa dal palco, per ritornare in duo, accompagnato da Flavio Zanuttini e la sua tromba. Eseguono Most, But Potentially All, lunga composizione di oltre quaranta minuti che inizialmente inganna chi ascolta: su un tappeto di live electronics imbastito da O’Rourke, Zanuttini disegna alcune frasi melodiche proiettando potenzialmente il brano in una direzione addomesticata e rassicurante. Nel giro di poche battute, però, lo scenario cambia con il ricorso a tutte le possibilità di produzione sonora dalla tromba e della sua relazione con l’amplificazione. Rispetto alla prima composizione, in alcuni tratti qui O’Rourke fa ricorso a una elettronica più percussiva che può ricordare anche inclinazioni industrial-rumoristiche. Ma anche in questo caso l’atmosfera è cangiante e coadiuvata dalla diffusione immersiva in multicanale, con frasi che si si affievoliscono per lasciare la scena a nuovi frammenti sonori in un trip che fa completamente perdere il senso del tempo, al punto che nonostante la durata sia stata più che doppia, Most, But Potentially All ci è sembrato più breve.

Per la serata successiva ci spostiamo alla Sala dei Giganti al Liviano, dove a cambiare è anche la formazione. Per la prima volta live in Europa, infatti, arriva Kafka’s Ibiki, il trio fondato da O’Rourke (qui all’elettronica e al basso elettrico) nel 2013 assieme a Eiko Ishibashi (pianoforte, elettronica, flauto traverso, armonica a bocca) e Tatsuhisa Yamamoto (batteria). I tre musicisti si muovono fin da allora in territori sospesi tra free jazz, minimalismo e post rock, prendendo sul serio il proprio nome: ibiki, infatti, significa ‘russare’ in giapponese. Il primo set della serata parte dall’improvvisazione in cui i tre si cercano l’un l’altro, a poco a poco mettendo a fuoco telepaticamente un’idea comune di paesaggio sonoro. Si parte da una batteria utilizzata inizialmente come strumento melodico, accompagnato da una serie di brevi frasi al flauto di Ishibashi e O’Rourke che sostiene con un’elettronica rizomatica. Quando entro il basso elettrico, dapprima su note profondissime e aprendosi via via a stralci melodici, si innesca un crescendo che si basa sulla straordinaria abilità di Yamamoto di arricchire passo dopo passo il groove lasciandolo al contempo perfettamente riconoscibile.
Per il secondo set, O’Rourke ha composto un brano appositamente per l’occasione, costruendolo su coordinate non troppo dissimili: un rabdomantico cercare di carpire dall’aria suoni e atmosfere fino a incanalarsi in uno sviluppo articolato che prevede un maggior accento ritmico rispetto alla prima ora di musica. Tra qualche passaggio in cui l’elettronica si fa più percussiva e scura, coadiuvata anche dal pianismo di Ishibashi che gira attorno a pattern ribattuti apportando variazioni e slittamenti. Dopo una serie di applausi che mostrano la soddisfazione di un pubblico variegato che ha riempito ogni posto della sala, i tre ritornano per un breve bis: un brano basato su un giro di basso proposto da O’Rourke che si esaurisce in pochi minuti come una carezza prima del sonno o del risveglio.
Tutte le foto di Serena Pea.
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