Recensioni

6.5

Trentuno minuti e rotti di solitudine, o quasi, per provare a raccontare e spesso criticare il mondo. Nella dinamica uno/tutti si muove questo disco solista di Ian Svenonius come Escape-ism. Lo stesso Svenonius sulla breccia prima coi Nation Of Ulysses, poi coi Make-Up (ammirati all’ultimo Primavera) e coi Chain And the Gang. Uno che sul palco ti ricorda James Brown e si vede: d’altronde, Escape-ism è proprio un brano del Soul Brother Number One. Un disco pubblicato utilizzando solo chitarre, drum box e un mangianastri. Nessun ulteriore fronzolo. Si sente: non è lo-fi, ma pare un Nebraska sintetico e post punk per la capacità di trasmettere il senso di isolamento dell’autore. Lo percepisci che Ian Svenonius è solo ma pare divertirsi, libero com’è di muoversi.

Questa libertà di movimento non si traduce in dinamicità. I suoni sintetici sono profondi e sensuali, seguono la stessa linea della voce di Svenonius, quel misto di predicazione e seduzione, sacralità e peccato, denuncia e soul. Non è una fissità che però distrugge le canzoni, costruite come strutture monolitiche su cui l’autore inserisce piccoli souvenir sonici. Un esempio è The Stars Get In The Way, con quello che sembra un tenue sax che viene fuori dalle viscere del songwriting. Un altro è Crime Wave Rock, che ritorna sui luoghi degli assalti del passato, con la chitarra effettata che frigge. Ma sono eccezioni: il disco è popolato da brani pop essenziali come Rome Wasn’t Built In A Day, che dopo un po’ ti entrano in testa senza mai risultare banali, anche grazie alla voce di Svenonius, che copre uno spettro emozionale ampio e dà tridimensionalità a canzoni fatte di nulla.

In un contesto come quello odierno in cui i dischi ispirati agli anni Ottanta puntano sulla new wave, sul post punk o sul new romantic, Svenonius sceglie una via che potremmo definire come “i Suicide che si sono buttati di più sulla politica e sulla musica black cercando di prenderla un po’ meglio. Ah, e sono diventati una sola persona”. Non si tratta di un album che crea nuovi contesti, ma non è neppure un divertissement: nella sua libertà si sente comunque la metodicità di Svenonius nel prendersi sul serio e poi, in un gioco di specchi, nell’alleggerire il tutto grazie all’emozionalità della voce (come nei brevi falsetti di Walking In The Dark). La paura era di vedere un grande performer perdere appeal da solo, soprattutto perché privato della sua travolgente presenza fisica. Un pericolo scampato con semplicità, sia per ciò che riguarda il suono che per ciò che riguarda l’attitudine.

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