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Debutto in solitario per Ernesto De Pascale, decano della stampa musicale italiana nonché musicista dai trascorsi tutt’altro che irrilevanti (già leader dei fiorentini Lightshine, ha lavorato negli anni con Litfiba, Assalti Frontali, Elliott Sharp, Dr John e Solomon Burke tra gli altri). E’ un lavoro piacevolmente, generosamente votato a mettere in scena una passione/attitudine matura e radicata, tuttavia ancora capace di un entusiasmo da absolute beginner. Come un sogno rock blues fanciullo lasciato a maturare nel cassetto per anni, quindi fatto trapelare un poco alla volta, nelle prime ore del mattino quando scrivere canzoni è un po’ come mormorare all’orecchio del mondo, o tirare per la giacca certe reminiscenze d’un tempo che fu sì glorioso, tipo una Grace Slick a Woodstock in un’alba mitologica del ’69, con tutto ciò che questo può ancora significare.

Nove tracce in cerca di sbrigliata e struggente intensità, arrangiate senza risparmio ma anche senza boria, dove le tastiere (hammond, mini moog, mellotron, piano elettrico…) suonate dal padrone di casa, le chitarre di Ken Nicol (già Steeleye Span) e Kevin Trainor (della Jono Manson Band), gli archi (a cura di Joe Brughton – già Albion Band – e della brava Giulia Nuti) e la sezione ritmica degli emergenti Underfloor, si mettono a scomodare il brio caldo di un Mellencamp in fregola Traffic (Blackpool Babylon), o la polvere di stelle di un Alex Chilton cameristico (Lost Hollywood), oppure la fierezza errebì di un Randy Newmann via Warren Zevon (It’s Tomorrow), quando non addirittura certi vaghi aromi Wyatt tra visioni broadwayane (Endless Flight). La voce di De Pascale è tigliosa e asprigna, ma come si dice getta il cuore oltre l’ostacolo finendo col rivelarsi adeguata a canzoni che hanno il non disdicevole merito d’essere più grandi di lei.

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