Recensioni

Eric Woolfson canta l’Alan Parsons Project che non è mai stato. Ovvero, il co-fondatore di uno dei più celebri progetti che si ricordino nella vita relativamente breve della musica pop, tenta di uscire dall’anonimato dopo tanti anni vissuti, di nome e di fatto, all’ombra del famoso produttore inglese, rispolverando alcuni brani scartati in passato dai due. Scartati, soprattutto, a detta dello stesso Woolfson, per volontà di Parsons, con il quale, evidentemente, la complementarietà delle esperienze non compensava del tutto le discordanze nelle scelte estetiche.
Operazione pretestuosa, a dir la verità, e utile soltanto a chiarire i motivi dell’esclusione dei brani in questione dal repertorio dell’APP. Canzoncine innocue come Golden Key e Rumor Goin’ Round, (appartenenti, peraltro al periodo più buio del duo, quello degli assai bruttini Ammonia Avenue e Stereotomy) sarebbero state meglio negli scaffali dei ricordi dell’autore, per non parlare dei nuovi lavori. I brani tratti dai recenti musical dell’autore, Dancing Shadows e Poe, si dimostrano perfettamente all’altezza (ma sarebbe meglio dire bassezza) dei ripescaggi, con l’eccezione di I Can See Round Corner, una mosca bianca che sta lì a ricordare che l’APP non è stato (soltanto) un giochino da hit single da parte di gente che conosceva il mercato musicale come la propria casa.
Inevitabili le scopiazzature (l’arpeggio di Immortal richiama quello di Eagle Will Rise Again, anche se poi, per il resto, c’è un abisso), da dimenticare gli arrangiamenti (è qui che la mancanza di Parsons crea un vuoto imbarazzante). La voce è sempre quella. Aiutato dalle nuove tecnologie, il timbro di Woolfson è ancora quello che ha marchiato in maniera indelebile brani come Eye In The Sky, Don’t Answer Me e Time, diamanti del pop che ancora risuonano nelle orecchie e nella memoria di più di una generazione.
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