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L’attuale situazione d’emergenza sanitaria globale non ha impedito in nessun modo, a me e all’opinione pubblica, di agevolare certe tendenze di stampo paranoico. La quarantena forzata ha alimentato ulterioromente questa propensione alla cospirazione, tanto che ci troviamo in un periodo storico in cui il sospetto va a braccetto con la mania persecutoria come non capitava da molto tempo. L’ultima volta? Probabilmente dopo le stragi rivendicate dall’ISIS; prima ancora nel periodo post-11 settembre; tornando ancora più indietro, però, potremmo inquadrare un lustro ben preciso, quello che va dal 1969 al 1974, gli anni della presidenza Nixon, in cui negli Stati Uniti si avvertiva in maniera evidente un’ansia da stato di polizia che nel contemporaneo veniva denunciato da svariati romanzi, su tutti quelli della produzione di Philip K. Dick, da Ubik a Labirinto di morte, da Scorrete lacrime, disse il poliziotto a Un oscuro scrutare (che però verranno riscoperti e rivalutati solo nel decennio successivo). Stiamo parlando di storie che di fantascientifico hanno solo la cornice, ma che in realtà denunciano un sistema politico ed economico sull’orlo del collasso, capace di spingere i propri cittadini alla barbarie, pronti ad azzannarsi l’uno con l’altro. Un periodo storico in cui il Grande Fratello non era solo un classico della fantascienza, era esperienza quotidiana, da vivere sulla propria pelle.

Fortunatamente, furono anche gli anni della New Hollywood. Un gruppo ben nutrito di giovani autori di talento iniziò non solo a circondarsi di gente del mestiere capace di costruire sceneggiature di ferro e che senza troppi fronzoli apparissero impegnate a livello socio-politico, ma anche a produrre personalmente le proprie pellicole, scardinando (almeno in quel momento) il rigido sistema degli Studios, con il loro controllo creativo e il loro star-system (stiamo ultra-semplificando). In pochi anni, che vanno dal 1967 ai primi anni Ottanta (con la fine sancita dal fallimento al box-office de I cancelli del cielo di Michael Cimino e la bancarotta di United Artists), venne prodotta una serie di film che manteneva alto il gusto per l’intrattenimento, facendo della coscienza politica il vero manifesto dell’operazione. Pensiamo a Easy Rider di Dennis Hopper o a Il laureato di Mike Nichols, che facevano a pezzi la società americana e il suo perbenismo di facciata («Of course, don’t ever tell anybody that they’re not free, ‘cause then they’re gonna get real busy killin’ and maimin’ to prove to you that they are. Oh, yeah, they’re gonna talk to you, and talk to you, and talk to you about individual freedom. But they see a free individual, it’s gonna scare ‘em»). Tra questi, ci fu anche il filone dei “grandi film d’inchiesta americani” e tutti noi ci ricordiamo de I tre giorni del Condor o di Tutti gli uomini del presidente, ma pochi anni prima ce ne fu un altro, direttamente collegato a questi ultimi, che può essere considerato come la madre dei film cospirazionistici americani e che purtroppo – almeno al di fuori dei confini a stellestrisce – è quasi dimenticato, per non dire completamente sconosciuto: Perché un assassinio o, come recita il titolo originale, The Parallax View.

Tra i vari attori emersi nel periodo New Hollywood, ci furono certamente Robert De Niro, Al Pacino e Dustin Hoffman, ma i più intenzionati a sfruttare la loro immagine anche a livello politico, consegnando allo spettatore un messaggio impegnato e molto serio sulla situazione del proprio paese, erano principalmente Robert Redford e Warren Beatty. Quest’ultimo aveva perfino contribuito a dare il là al movimento partecipando da co-protagonista a Gangster Story, di cui fu anche produttore. All’inizio degli anni Settanta, Beatty non era certo la personalità più semplice con cui poter lavorare e il suo stesso stile di vita (molto mondano, considerato un autentico donnaiolo) non aiutava l’ascesa della sua carriera. Dopo aver esordito grazie a registi come Elia Kazan e John Frankenheimer, Beatty iniziò da subito a mostrare interesse non solo per la recitazione, ma anche per la stessa regia e per la produzione, e la New Hollywood gli diede la possibilità di fare tutto in proprio, naturalmente con l’aiuto di altre personalità di spicco. Le carriere di Beatty e Redford risultano incredibilmente legate tra loro: fu proprio il particolare interesse del primo nel decidere di lavorare in proprio a spingerlo a rifiutare ruoli che sarebbero poi andati al secondo (in particolare A piedi nudi nel parco, Butch Cassidy e La stangata), e proprio negli anni Settanta entrambi furono tra i protagonisti indiscussi di quella stagione cinematografica memorabile (di Redford parleremo meglio in seguito).

«Tutti gli uomini del presidente rappresenta le mie speranze, Perché un assassinio le mie paure»: da questa frase pronunciata dal regista Alan J. Pakula è facilmente intuibile il taglio dell’intera operazione, che fin dalla sua uscita venne accolta con sospetto dalla critica, la quale non colse il motivo di un tono così pessimistico, nonché la presenza di un finale che non lasciava davvero alcuna speranza di interrompere un circolo vizioso di menzogne che sarebbe potuto durare all’infinito (e che probabilmente ancora oggi sopravvive in qualche modo). «Non si tratta solo di un film sulla paranoia, ma è davvero un film profondamente paranoico», scriverà qualche attento recensore del tempo. L’indagine del giornalista Joseph Frady sull’omicidio di un senatore candidato alla presidenza degli Stati Uniti riflette la recente vicenda di Robert Kennedy, ed è uno dei contributi più significativi di Beatty alla pellicola. L’attore era infatti stato sostenitore diretto del senatore americano durante la campagna in Oregon e rimase sconvolto dall’omicidio avvenuto nel 1968. Nei piani iniziali, infatti, il soggetto (tratto dal romanzo di Loren Singer e adattato da Lorenzo Sample Jr.) avrebbe dovuto ruotare attorno all’assassinio Kennedy del novembre 1963 e ai presenti a Dallas in quel momento, che iniziano a morire uno dopo l’altro. Poco prima dell’inizio delle riprese, però, avvenne lo sciopero degli sceneggiatori e Pakula e Beatty dovettero riscrivere da sé gran parte del copione (inizialmente il protagonista era un giocatore di baseball), inquadrando l’indagine dall’angolo privilegiato del mondo del giornalismo.

The Parallax View fu un vero precursore nel suo gener, che da qui in avanti sarebbe stato imitato a ripetizione, capace di far riflettere abbondantemente senza rinunciare al gusto per l’intrattenimento e a una buona dose di tensione in salsa hitchcockiana (cui si aggiunge anche il lavoro del principe delle tenebre Gordon Willis alla fotografia). Pakula, infatti, abbraccia completamente i campi lunghi, i piani-sequenza, le inquadrature immerse nell’ombra e in parecchie scene il protagonista Frady appare in continuo ascolto di conversazioni che non riesce a udire nel dettaglio, alimentando il clima di tensione e paranoia sparso per tutta la durata della pellicola e rendendo impossibile allo spettatore distinguere gli alleati dai traditori, fino al rocambolesco e tragico finale, in cui il sistema di doppio gioco viene alla luce, ma il tempo per smascherarlo è ormai scaduto da un pezzo. Numerose le sequenze degne di nota capaci di elevare The Parallax View allo status di classico: dalla stanza in cui avviene il test per entrare a far parte dell’organizzazione, una sorta di trattamento Ludovico a fini poltici; l’inseguimento che culmina con la scoperta di una bomba a bordo di un aereo di linea; lo scontro fisico immersi nelle acque di una cascata… Molte scelte, soprattutto registiche come abbiamo visto, contribuiscono all’atmosfera senza via di scampo del film (uscito nell’anno di un altro grande capolavoro del genere, La conversazione di Francis Ford Coppola, che però aveva un respiro molto più europeo che americano, traendo ispirazione dal Blow-Up di Michelangelo Antonioni), come il fatto che il protagonista Frady venga spesso preso di mira con spari da grandi distanze, suggerendo l’idea che sia sempre sotto continua osservazione.

Al termine della lavorazione, Pakula si metterà al lavoro – su ordine di Redford – su Tutti gli uomini del presidente, riscattando economicamente il fallimento della pellicola con Beatty, che proprio per questo motivo è una delle meno citate e più (a torto) dimenticate del periodo. Beatty, successivamente, arriverà al successo con una serie di pellicole che manterranno una forte vena polemica sulla società contemporanea, da Shampoo a Il paradiso può attendere, fino a quel Reds che gli regalerà il suo unico Oscar alla regia.

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