Recensioni

Fermi tutti: qui siamo in presenza di un vero e proprio monumento dell’AOR, il rappresentante d’una formula a suo modo onesta, coerente coi propri presupposti. E pazienza se tutto prende le mosse da una svolta sconcertante: Clapton l’integralista blues, quello che abbandonò il progetto Yardbirds per inseguire la purezza dei padri del Delta, salvo poi farne autodafé commerciale prima con l’ipertrofia acida dei Cream e poi dei Derek And The Dominoes, per tutto ciò tra l’altro gratificato dell’epiteto di God vista la padronanza sulla sei corde in chiave musica del diavolo. Beh, insomma, proprio a lui toccò trasformare il blues in un affare da salotti middle class, bellamente indifferente alla tempesta punk che stava lì lì per infuriare riportando le faccende rock ad un formidabile grado zero.
Si può dire di questo Slowhand che riesce ad erigere un solido monumento al suo autore (del resto, con un titolo così…) in forza delle vaseline soniche di Wonderful Tonight e Peaches And Diesel, con le fregole southern marezzate power rock di The Core (in duetto con Yvonne Elliman, poi famosa Maria Maddalena di Jesus Christ Superstar), con una May You Never che stempera l’incantesimo di John Martyn in un brodino sentimentale, con l’icastica rifferia di Cocaine (di JJ Cale) e il prudolino Lynyrd Skynird di Lay Down Sally. Liberi altresì di vederlo come una pietra miliare (tra le tante) al bivio fatidico dove il rock dovrà decidersi tra farsi mainstream e avventurarsi tra sentieri alternativi.
In questo senso, la via indicata da questo disco sembra(va) il congelamento della storia, il rifiuto della dialettica tra rottura e tradizione, come se oltre le possibilità del folk blues esistesse solo una barbarie evitabile (il punk-wave da una parte appunto e la disco music dall’altra, a grandi linee). Una posizione che può infastidire, certo, ma che riscontrò apprezzamenti clamorosi, del resto tutt’ora in auge. Questo porsi fuori dal flusso delle cose vive ha come preservato Slowhand dall’usura, perché già volutamente classico all’uscita, affidabile conforto di codici assodati. Ci piaccia o meno, è un merito. Cui oggi rende appunto merito la riedizione deluxe in occasione dei 35 anni dalla pubblicazione.
Due i formati, uno più a misura d’uomo, rivolto agli appassionati semplici: è un doppio cd rimasterizzato (of course) con quattro bonus ed il concerto inedito all’Hammersmith Odeon dell’aprile ’77. Focalizzando quest’ultimo, notiamo in scaletta pezzi dei Cream e dei Blind Faith resi con piglio black patinato gospel, meno lisergico che ormonale, poi una Knockin’ On Heaven’s Door in blanda chiave reggae a giocare il ruolo di sorellina spersa della marpiona I Shot The Sheriff, più ovviamente la celeberrima Layla. E’ insomma Clapton all’apice della gloria, alle prese con una parata di evoluzioni chitarristiche sempre al confine tra mestiere impeccabile e notevole talento, uno stantuffare istrionesco senza misteri che si esalta nelle cavalcate più estrose come Further On Up The Road.
Poi c’è l’edizione per i fan spendaccioni, buona – guarda un po’ – anche per il pacco sotto l’alberello: come ulteriori bonus prevede la rimasterizzazione surround 5.1 in dvd audio, il suddetto live completo (due cd) ed il vinile 180 grammi con la tracklist originale. Detto che è comunque un album da conoscere, se non altro per rendersi conto di quanto le epoche si caratterizzino per incastri, onde lunghe e stratificazioni, chioserei che mai come in questo caso tanto sforzo celebrativo sembra dettato da pure istanze di mercato. E che in definitiva se questo disco non fosse mai uscito la musica che più ci interessa non ne avrebbe risentito granché.
Amazon
