Recensioni

7.4

Poco o nulla si sa di ER Jurken, se non che ha alle spalle un esordio uscito nel 2021, I Stand Corrected e che, stando alla riga (!) biografica fornita dalla sua etichetta, è nato a Milwaukee in un momento imprecisato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Fine.

Cinque anni dopo, il suo nome misterioso torna associato a un secondo album dal titolo in odor di saga, To Be Continued, in cui viene abbandonato l’impianto solitario, casalingo e sottilmente weird del primo lavoro – che a qualcuno ha fatto venire in mente Daniel Johnston, pur se alla lontana – per una produzione di più alto profilo in quel di Chicago che prevede la partecipazione di una band (i Junegrass), arrangiamenti di archi e fiati (a cura di Paul Von Mertens, compositore che nel curriculum ha arrangiamenti per i Beach Boys) e l’incisione – garanzia delle garanzie – agli studi Loft dei Wilco.

Una scarsità/essenzialità di informazioni a cui compensa la ricchezza di una musica che sfoggia, con padronanza e naturalezza, una devozione assoluta all’idea di pop e alle potenzialità espressive e stilistiche di una canzone, in una visione artistica completa, matura, eclettica e personale; anche se non abbiamo idea da dove sia venuto questo signore dall’aria assolutamente ordinaria, questi undici episodi lasciano pochi dubbi su dove sia arrivato, a partire dall’ariosità di In Monterey fino alla sublime solennità orchestrale della title track, passando per ogni cosa che sta nel mezzo (So Surprise, A Good Place to Fall, Morning Paper, Mighty and Concealed – tutte a loro modo highlight).

Con un approccio gustosamente barocco (quando non proprio camp: vedi I Do che fa pensare, insieme!, a Abba e Comes A Time), Jurken sfoggia di saper padroneggiare una grande varietà di stili (dal country al folk all’indie rock anni ’90 e ‘00, passando per inevitabili classicismi beatlesiani) unita a un genuino talento melodico e lirico: la grana è quella dei vari Sufjan Stevens, Elliott Smith e Sparklehorse, se volete capire esattamente con cosa abbiamo che fare – o, se preferite, un John Grant che si fa ancora accompagnare dai Midlake o un BC Camplight malinconico ancorché tormentato.

Quello che però caratterizza il tutto e salta davvero all’orecchio è una vocalità che non può lasciare indifferenti: un registro tenorile e un falsetto del tutto naturale, senza affettazioni, a metà tra il giovane Neil Young e il Tim Buckley dei primi due album, messi al servizio non solo delle linee principali ma di un’orchestra di armonie, cori e sovraincisioni vocali che sono il vero valore aggiunto di questi già gustosi arrangiamenti (se vi piacciono i lalala, siete nel posto giusto). Il titolo del disco, a questo punto, è da intendersi come un auspicio: si continui pure, ne vogliamo ancora, grazie.

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