Recensioni

Profondo blu è il titolo del terzo disco registrato da Emiliano Mazzoni con Private Stanze. Un titolo che è un programma e in cui si tenta di dire qualcosa di lieve e intenso. L’elaborazione artistica di Mazzoni non ha nulla da invidiare alle grandi produzioni, e questo è già un elemento che distingue il prodotto da tanta robaccia insignificante che circola in Italia. I primi passi, con Al mio funerale e C’era un giorno ed ero io, richiamano un western declinato in chiave pop. Subito è De Andrè il parallelo artistico di riferimento (Il meschino, L’arte che avrai). Mazzoni mette in fila come soldati su un sentiero innevato sentimento, personalità, coraggio, cordoglio, poetica e blasfemia, tanto da smarcarsi dai clichè artistici della penisola e del cantautorato in genere, e ritrovarsi solo ad affrontare la collina dei pensieri e delle parole.
Il pianoforte, oramai non più il solo ma pur sempre fedele compagno di viaggio, regge evidentemente le congetture sonore, fa da piedistallo quasi in ogni brano. Racconti bonsai, viene da dire, intimi e connessi fra loro sono Il cielo della scuola, La metà – con un innato senso del rock che ricorda i vecchi Nomadi – Tiepido mare – un racconto lirico in stile Battiato/Lindo Ferretti – e Faccia da uomo, momento scabroso in stile Afterhours. E poi Senza guai importanti, brano in bilico tra Procol Harum e il Nick Cave di The Boatman’s Call e un finale quasi springsteeniano, rendono al meglio la qualità raggiunta dopo un disco come Cosa ti sciupa di quasi due anni fa, assolutamente un gioiello del cantautorato italiano degli ultimi anni. Espressioni retrò costringono a soffermarsi con l’ascolto quando ci si trova su brani tipo Non invecchieremo mai, E tutti eran da qualche parte, San Valentino nella cassa (dalla prosa quasi gucciniana), brani che in definitiva annodano lievità e intensità, cadenze antiche e fiabe amare dell’oggi, nero cadente e alba nascente, vivida ambizione nel cantare al meglio distanze e sordità della vita.
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