Recensioni

Nella spietata e depravata Smalltown America sospesa tra predicatori televisivi, chicanos, indiani e assassini disseminati lungo i motel sperduti tra le blue highways, si riannoda il lungo filo narrativo che vede il duo Emidio Clementi (Massimo Volume) e Corrado Nuccini (Giardini di Mirò) quale unico e visionario deus ex-machina. Già fianco a fianco nell’articolato confronto con l’immaginario di T.S. Eliot (Quattro Quartetti), i due si rituffano – e se ne avverte il puro piacere – nella letteratura del secolo scorso scegliendo come linea guida lo stile cruento e lucido dell’omonimo libro di Sam Shepard. Ad accompagnarli nel viaggio: Emanuele Reverberi, tromba e violino, Stefano Pilia, basso e chitarra, Fabio Rondanini, batteria, Laura Agnusdei, sax, Francesca Baccolini al contrabbasso, J. Clancy e Zois ai cori.
Motel Chronicles scandaglia, con chirurgico cinismo, le contraddizioni di un’America che – ieri come oggi – vive di vani idoli e false ideologie: quella di Shepard è critica lisergica all’imprescindibilità del “mito” di cui trabocca l’ego made in USA e i cui effetti sono stati assorbiti e tradotti, tra gli altri, da autori quali Cormac McCarthy, Edward Hopper, Aaron Copland, Steve Fitch e John Steinbeck. Concepito come un ibrido e frammentario diario di ricordi, l’opera di Shepard è sospesa tra viaggi in treno nelle praterie del Midwest e peregrinazioni lungo vie già percorse da miti di gioventù ma, su tutto, è un’indagine a cuore aperto sul difficile rapporto dell’autore con il padre (presente in molte pagine del libro), descritto abilmente come l’uomo tornato dalle missioni di bombardamento nella Seconda Guerra Mondiale con fisico e psiche segnati in modo permanente e profondo: ultimo simulacro controverso di una nazione che, storicamente, non si è mai sottratta al sacrificio dei propri “figli”.
Contenutisticamente denso, magmatico ed ipnotico nella trasposizione firmata da Clementi e Nuccini, l’altro Motel Chronicles è Letteratura musicata e reinterpretata secondo suggestioni estremamente personali: strade di frontiera desolate illuminate da luci fioche di lampioni in rovina (A Rapid City) srotolate su un tappeto di suoni oscuri, sospesi tra free jazz decadente e dark ambient; suoni di sirene che preannunciano morte (E’ una notte di delitti efferati) trascinati – in quella follia dalla ritmica serrata di proiettili e polvere da sparo – dal sax furioso ed ipnotico di Laura Agnusdei;foto in bianco e nero venute fuori dallo spoken word noir e cinematografico di Clementi (Uomini che si pettinano in macchina) e voli d’archi e fiati che si librano in spazi vellutati (Portavo il ghiaccio a Nina Simone). Nel mentre, la sensazione costante di abitare un non-luogo arredato con accortezza dalla voce di Clementi e dalla tensione elettrica sprigionata da Nuccini: entrambi forieri di quel proprio timbro tanto riconoscibile quanto distopico e dissacrante.
Lontano dal mero esercizio di stile, Motel Chronicles aggiunge un tassello importante al quadro ordito da Clementi / Nuccini. In un momento storico in cui la componente audio va fondendosi sempre più con la letteratura, i Nostri offrono (senza volerlo) un plus assoluto ove frammenti di narrazione si trasformano in esperienza filmica capace di esplodere la fantasia di chi è disposto ad ascoltare. La colonna sonora di questo lungo film che profuma di frontiera, tra Messico e USA, neanche a dirlo, resta il piatto forte della casa. Shepard avrebbe gradito, di questo possiamo esserne sicuri.
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