Recensioni

7.6

Non è un caso che De Raymondi sia stato invitato all'ultima Biennale Musica di Venezia insieme ai guru dell'avanguardia elettronica contemporanea (fra i tanti Pierre Boulez). Il suo nuovo disco è infatti una delle più felici mediazioni tra ricerca e ascoltabilità, fra accademia e pop che ci siano capitate fra le mani negli ultimi anni.

La base di queste dieci tracce si muove utilizzando campioni di clarinetto suonati dall'esecutore turco Oguz Buyukberber, tagliando il tutto con le armi dell'elettronica, che pulsa un palese ricordo minimalista nell'iniziale Bv01 (Bang on a Can) o l'onnipresente riferimento alla stagione d'oro di Glass e Reich (Bv06, Bv10). Ma se questi riferimenti americani caratterizzano molta della cosiddetta classic pop contemporanea (vedi alla voce Nico Muhly, ex protegé di Glass), il nostro De Raymondi va oltre e innesta nel ricordo minimal un savoir faire melodico tutto italiano, che rispolvera le estetiche così distinte da Francia e Germania del nostro Studio di Fonologia milanese (Berio e Maderna).

La melodia focalizzata osmoticamente nelle crepe del suono, senza sforare in industrialismi di difficile decrittatura à la Nono, costruisce quindi un'ambient di classe sopraffina. I quadri sonori di De Raymondi sono sospesi in un universo meditativo che confina con visioni mistico-ECM (Bv07, Bv09) e loop tagliati con maestria e cura certosina. Oltre alla melodia, l'artista potrebbe pure figurare in playlist per dancefloor evoluti, dato che in qualche punto ricorda l'Amon Tobin più sperimentale e visionario, o le ipotesi illbient di DJ Olive (Bv08).Per chiudere, se ci fosse un basso un po' più marcato non dispiacerebbe nemmeno ai fan di The Field.

Insomma, il disco di De Raymondi è tutto quello che vorremmo uscisse ogni giorno: un artista giovane con una lunga carriera ancora da costruire (ma con una solida base teorica, ha infatti studiato al Berklee College of Music di Boston e al Musicians Institute di Los Angeles), una decisa connessione alla tradizione e tante idee che almeno qui non sembrano essere state influenzate da cattivi maestri o da eredità scolastiche ingombranti.

 

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