Recensioni

6.5

C’è un senso di nemmeno troppo celato disagio nelle musiche di EMA, al secolo Erika Anderson, già nota per i suoi trascorsi in quella splendida e sfortunata realtà che furono i Gowns e donna al nero già approfonditamente trattata su questi lidi qualche anno addietro. Quel senso di alterigia che toccava l’esordio Past Life Martyred Saints diventa ora, non tanto nelle musiche quanto nelle pieghe della vocalità di EMA, un qualcosa di altro, un indizio o poco più: legato ad un aspetto pubblico, messo in pubblico, centrato sul pubblico e non più sofferto, trattenuto, represso come avveniva al tempo. Future’s Void è un disco meditato e costruito, voluto e composto non fuoriuscito grondante dalle vene aperte di una poco più che ventenne americana, “fiction” nella stessa misura in cui era sanguinoso disco-veritè il precedente. Meno sofferente, di sicuro, o per lo meno in una forma diversa, relegata all’ambito della sensazione: certe screziature della voce, come nell’opener Satellites o in Smoulder, o alcune scelte strumentali, come nelle struggenti note di piano di 100 Years che riprendono quel discorso di via crucis pubblica.

Eppure rappresenta un passaggio ulteriore nella concezione di EMA (non Erika Anderson come persona fisica, ma proprio EMA come entità “altra”, pubblica, moniker distinto e distante) come se la catarsi di Past Life Martyred Saints, già dal titolo pregno di evidenti rimandi biblici, avesse sortito l’effetto voluto e fosse servita per liberarsi e aprirsi al mondo: in maniera piena, totale e per certi versi anche pretenziosa (si pensi al voluto retrogusto distopico/post-cyberpunk di cui è ammantato l’intero lavoro) ma capace di catturare, pur nella estrema diversità sonora dell’insieme. Una eterogeneità che sa di grunge e riot grrrls, molto anni ’90 nelle scelte degli arrangiamenti, terribilmente “pop” nelle modalità cyber (i NiN degli esordi sono più di una fonte) e che ci restituisce il prototipo della (semi)reginetta di un underground che non c’è più, soppiantato da una dimensione ibrida, “socializzante” e mista.

È insomma, per dare una coordinata immediata, una PJ Harvey che scuote la testa (e scuote via i propri demoni) in un marasma post-The Downward Spiral, la EMA targata rinascita. Lascerà a bocca asciutta chi, come noi, era rimasto estasiato dal dolore che colava a fiotti da quella separazione forzata; incuriosirà ascoltatori che nemmeno si sarebbero sognati di avvicinarsi a quelle lande da passione cristiana; esalterà molti rockers fuori tempo massimo o neofiti incuriositi dal latente revival 90s. In definitiva, un disco su cui si parlerà molto e in cui c’è molto da ascoltare.

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