La femme noire I. All’Inferno e ritorno
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Stefano Pifferi
- 11 Giugno 2011
In principio fu l’apprendistato improv-noise con gli Amps For Christ, cui prestava spesso la chitarra “nascosta”. Poi venne l’esperienza fugace quanto definitiva, misto di arte e amore, disperazione e avanguardia, nei Gowns condivisa con Ezra Buchla: un album acclamatissimo, Red State del 2007 e poco più (l’ep Dangers Of Intimacy, il mini Broken Bones e qualche brano sparso qua e là sul web) ma un segno indelebile nelle musiche off del terzo millennio.
Ora Erika M. Anderson – prima dark-lady di questa nostra indagine – torna in splendida solitudine con la sigla EMA ma non senza difficoltà. Prima di rientrare in pista c’è stato infatti bisogno di un periodo di tempo per allontanare fantasmi e paranoie. Tanto, forse troppo per una 20-something.
Trasferitasi dal Sud Dakota alla California a soli 17 anni perché amava Welcome To The Jungle e LA Woman (oltre che i 7 minuti della drum ballad AEnema dei Tool, confessa pubblicamente), Erika scelse la città degli angeli perché pensava fosse il posto giusto dove la gente va per scrivere grandi canzoni. Dopo aver lasciato il proprio epitaffio targato Gowns con la lunga, struggente mp3 only Stand And Encounter, ad un anno di distanza dall’essere sul punto di abbandonare la musica e tornare a casa dai genitori, la giovane chitarrista ha messo su un disco d’esordio – la cassetta Little Sketches On Tape va di diritto considerato un esperimento art-concettuale, quasi una messa a fuoco del versante arty della giovane chitarrista – che sembra la piena attuazione del piano che la spinse verso Los Angeles.
Un disco di canzoni, di grandi canzoni per voce, chitarra e poco più, con una notevole attenzione per la ricerca maniacale e certosina sui suoni che non ne guastano l’accessibilità pienamente “pop”. A scavare nei testi, sofferti e struggenti, che procedono spesso per immagini e flash impressionisti, però si entra più a fondo nel senso del disco. Past Life Martyred Saints sembra così una confessione a cuore aperto, lo svelamento in pubblico di una catarsi intima, ora delicata e soffusa, ora aggressiva e ribelle. Un romanzo di formazione realistico, su cui aleggia perenne una consistente aura di atmosfere gloomy, tratteggiata su coloriture tenui dall’andamento notturno e oscuro. Una sensibilità tendenzialmente goth che, più che svilupparsi come un vero e proprio suono caratterizzante, si manifesta come un mood totalizzante, uno stato d’animo più che comprensibile viste le recenti vicende personali.
Un senso di traumatica malinconia che percorre ovviamente tutto il disco, la cui conclusione, affidata a Red Star (I know nothing lasts forever, if you won’t love someone will, alcune lyrics che molto dicono della lotta interiore in seno a EMA), apre ad un futuro diverso. La catarsi è compiuta, la carne si è rinnovata. Il capolavoro è servito.
Sin dalla scelta del moniker EMA ti mostri ma insieme ti nascondi. Cosa è EMA per Erika Anderson?
Bella domanda. In principio non volevo fare nulla col mio nome, ma avere sempre un nome da “band”. Il problema è che amo fare così tante cose tra scrivere, video art, performance improvvisative, che scegliere un nome diverso per ogni aspetto mi è sembrato stupido e confusionario. Alla fine ho scelto EMA perché è flessibile. Ma sì, posso anche usarlo per nascondermici, cercando di evitare che mia madre mi trovi su google.
La fine dei Gowns è stata traumatica per noi ascoltatori; possiamo immaginare sia stato lo stesso per te. Dall’ascolto di Past Life… però sembri averlo superato, almeno artisticamente.
Traumatica è la parola giusta, anche se la fine è stata la parte meno traumatica di tutto! È stato il precipitare verso la fine ad essere veramente devastante, che quando è finita ho sentito un peso in meno sulle mie spalle. Poi ho avuto bisogno di riprendermi. Ho anche pensato seriamente di smettere di fare musica. C’è molto dolore in questo disco, ma ho voluto che finisse con un acuto. A me Red Star suona trionfale. Doveva per forza essere l’ultima parola.
Little Sketches… era un abbozzo art-rock, Past Life… è una raccolta di canzoni. Sei d’accordo?
Little Sketches On Tape era molto più di una uscita concettuale. Uscendo per una piccola art label era l’occasione ideale per buttar giù alcune idee ma senza prenderle troppo sul serio. Quelle canzoni erano tutte completamente improvvisate ed è stato un buon modo per avere un break dal mio solito ritoccare e ripensare. Past Life… è il mio pop album.
Come si compone l’universo di riferimento musicale ma anche culturale dietro Past Life…?
Past Life…è sull’homestead, sul trauma di lasciare la propria casa nella speranza di migliorare la propria condizione. I miei bis-bisnonni lo fecero, lasciando la Scandinavia e vivendo in una prateria americana tra uragani terribili e siccità. Così ho sentito l’urgenza di andare ad ovest. Ho preso e sono andata in California. Una storia comune, d’altronde: lasciare casa e andare all’avventura. Di norma però l’eroe ritorna. Io mi chiedo ancora se lo farò.
Cosa ci dici di titolo e copertina. Sei una martire contemporanea? O una santa che gioca con chitarre e melodie aspre?
In realtà il past life saint è il mio amico Steven. Ha passato un periodo in cui credeva di essere Gesù o santo Stefano. O per lo meno ne parlava molto. Non so dire sinceramente cosa passasse per la sua testa.
E sulle lyrics? Sembrano essere una sorta di cut-up impressionistici, brevi ma molto focalizzati sulla tua esperienza personale (California, ad esempio).
Hey, hai descritto benissimo quello che sto facendo. Mi piace, impressionistic cut-up. In verità, non perdo molto tempo con le parole. È strano perché le considero molto importanti, ma non mi ci ossessiono come invece mi capita con altri aspetti del suono. Cerco di trascinarle fuori dal mio subconscio. Scrivere California mi ha aiutato molto per riprendermi e lasciare andare alcune cose. Lo stesso successe con White Like Heaven. L’incantesimo che mi ha permesso di liberarmi da alcune cose dolorose. L’unico modo per espellere quel senso di paralisi.
Come definiresti la musica di EMA? È rock ma è anche atmosferico e gloomy, tanto da ricordarmi una versione energica e indie-oriented del sound goth degli 80s.
Wow, sul serio? Non ci avevo mai pensato ma suona cool. Io ho usato “digital velvet underground” per dare una risposta veloce. In realtà, vorrei fosse vario ma distinguibile, lasciandomi libera di fare qualsiasi cosa in futuro.
Cosa ne pensi del ritorno delle “dark-lady”? Pensa a Zola Jesus o alla crimson- o moan-wave?
Ahahah, that’s so funny! Il mio collega Aaron degli ACRE rivendica di aver coniato il termine moan-wave. È una definizione molto simpatica. È di uso comune anche da voi? Sai, a volte penso di aver passato troppo tempo ai noise show, dovrei uscire e andare a qualche rave o a ballare la salsa. Seriamente, penso sia positivo trafficare con quelle atmosfere ma credo anche che il prossimo step per le musiciste donne sia iniziare a produrre i propri dischi, entrare in possesso totale del proprio sound. Zola Jesus sembra aver ben recepito questo fatto, passando dal lo-fi all’hi-fi. E inoltre ha una gran bella voce.
Ci sono sempre più ragazze che partono coi propri solo-project. Perchè hai deciso di fare tutto da sola?
È strano. Mi sono sempre chiesta perché preferiscano il solo piuttosto che fare le cantanti in un gruppo. Forse è difficile per qualcuno avere una donna come boss. Io sono un control freak. Devo avere una visione totale. È opprimente, ma è anche una gran cosa.
Hai altri progetti? Cosa c’è nel futuro di EMA? Il 7” per Hell, Yes! con la cover di Danzig è grande.
Yeah. Amo ’Zig. Mi piacerebbe fare qualche remix hip-hop. Sto aspettando che Kanye mi chiami.
