Recensioni

È in perenne equilibrio, EMA, combattuta tra l’essenza da femme fatale in nero – sorta di post-grunge pjharveyana in sedicesimo capace di triturare psichedelia, pop, rock, folk, elettronica – e una sperimentazione sofferente e lacerante fatta di droni e passioni, impegno civile e rivendicazione identitaria. Ma non è bipolarismo o mancanza di personalità, anzi, l’esatto opposto: la necessità salvifica di dar sfogo a una innata capacità di scrivere canzoni, di elaborare un sistema di pensiero (musicale) intelligibile e “pop” ma, al tempo stesso, di esorcizzare pubblicamente demoni interiori, pulsioni di ricerca, instabilità emotiva e rabbia engagé, gettando il proprio sguardo sull’attualità, propria e collettiva.
Exile In The Outer Ring è il disco della fuga, dell’isolamento, del ritorno a casa (letteralmente, non figurativamente). È, però, anche il disco della riflessione su ciò che avviene negli States pre-Trump analizzato da una prospettiva quasi di auto-reclusione, di distacco, di autoanalisi (lo sguardo è fieramente al femminile e rivendicato come tale) e riflessione collettiva, così come di catarsi individuale che prova a trasformarsi in riscatto collettivo (ne sono testimonianza Receive Love e Always Bleeds – quest’ultima scritta ai tempi dei Gowns – che reindirizzano in positivo quella rabbia che lega tutto il disco). Un superamento a sinistra del già buono The Future’s Void e un calarsi di nuovo, non soltanto e non strettamente dal punto di vista musicale, nelle melme targate Gowns prima, e Past Life Martyred Saints poi, per allungare lo sguardo in questo “outer ring” fatto di nuovi drop-out provenienti dall’ex ceto medio, di rabbia repressa e povertà tangibile (non solo economica), bandiere americane, scantinati trasformati in abitazioni, periferie non gentrificate che si fanno ricovero per disillusione e frustrazione.
La scelta di Erika M. Anderson è quella di dare musicalmente più voci per “narrare” questo nuovo ’29, questa depressione economica che si fa depressione sociale, questa alienazione sempre più tecnologizzata e spersonalizzante: sono le canzoni più latamente “rock” cui si accennava sopra – l’introduttiva 7 Years, Down And Out, l’anthemica Aryan Nation, la rabbiosa I Wanna Destroy, la torch song Blood And Chalk, l’ipervitaminizzata Fire Water Air LSD – a segnare l’architrave dell’album, mostrando sonorità sfaccettate e varie tanti quanti sono i punti di vista utilizzati dall’autrice, ma si lascia sempre spazio a quel lato oscuro – quello di pezzi come Breathalyzer (7 minuti di droni e spoken word straziante che riesumano letteralmente le angosce dei Gowns) – che fa apprezzare lo spessore e la complessità di Exile In The Outer Ring.
Disco difficile, duro, pregno di rimandi e significati, stratificato, impegnato quasi al punto da essere un piccolo concept e rappresentativo sia delle riflessioni dell’autrice che della complessità dei tempi di mezzo in cui ci si ritrova a vivere. L’apice della breve carriera di EMA, senza ombra di dubbio.
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