Recensioni

6.8

Tre lustri di carriera e sette dischi dopo, ancora discutiamo di Elysian Fields come di un nome “di culto”. Chissà se gli importa, peraltro, a Oren Bloedow e Jennifer Charles, da bravi intellettuali d’oltreoceano quali sono, concentrati sulla loro attività nonostante le loro vicende non siano state tra le più facili. Perseveranza è il nome del gioco e han fatto bene i due a tener duro sulle ali del successo in terra francese, toccando un apice di carriera in The Afterlife.

Novità da quella missiva del 2009? Ospiti di sostanza come Foetus e l’arrangiatore Paul Buckmaster; una voglia di sperimentare che spinge il duo verso lidi sin qui poco frequentati; infine e purtroppo una certa mancanza di coesione e la penna meno brillante dell’usuale. Impasto che riconsegna il tipico disco di transizione, convincente quando si affida a una consolidata vena romantica (Sleepover, Sweet Condenser), al teatralismo (Johnny) e al meeting tra Mark Lanegan e P.J. Harvey Red Riding Hood; meno dove arrangiamenti troppo carichi spengono le melodie (Church Of The Holy Family; Chance: ecco Foetus) e il taglio pop si rivela prolisso (Villain On The Run). Meglio fanno, nel mediare certezze e nuove esigenze, l’omonimo errebì bianco venato di dub e gassosità alla Air e la buona verve del folk-jazz Chandeliers e della distesa Old Old Wood (qui sì è prezioso Buckmaster). Il problema essendo probabilmente che da dei cavalli di razza ci si attende sempre il massimo

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