Recensioni

5.5

Sei anni di assenza, tanti ne sono passati da quel Elvis Perkins In Dearland che fece sussultare i cuori sensibili ai prodigi meno appariscenti. Questo cantautore dalla biografia come minimo curiosa – riassumiamo: figlio dell’attore Anthony Perkins e della fotografa Berry Berenson (morta nell’attacco alle Twin Towers dell’undici settembre), nonché nipote della stilista Elsa Schiaparelli e pronipote dell’astronomo Giovanni Schiaparelli – apparve sulla scena come un colpo di coda sghembo e ineffabile del prewar folk, un’anomalia affascinante che declinava la lezione di Paul Simon secondo l’accento esotico di un Devendra Banhart, coltivando in seno l’amore per gli incantesimi radiofonici di un M Ward.

Alla magia di quel disco però ha fatto seguito il lungo silenzio che dicevamo e che – perdonateci – ce lo avevano quasi fatto dimenticare. Finalmente questo I Aubade ne certifica il ritorno, però non senza cambiamenti. Innanzitutto, non c’è più il “patrocinio” della XL: Perkins ha scelto di prodursi in proprio fondando un’etichetta per l’occasione (la MIR). Quindi ha messo in disparte la backing band per avventurarsi in solitario tra le lande di una fiera, visionaria e accorata bassa fedeltà. E fin qui poco male. Quello che non va è che ai passi compiuti in direzione libertà espressiva non ha coinciso un adeguato rifornimento di ispirazione. I tredici pezzi in scaletta sono cartigli atmosferici sì suggestivi, desueti e a tratti inquietanti, siparietti folk screziati blues e irrorati di tremori esotici, tutto uno sfarfallare acustico di chitarre, uno zufolare di flauti, un tintinnare di percussioni, uno svisare di tastiere, un caracollare di piano, con la voce che si fa cartilagine e invocazione, come altrettanti sogni Howe Gelb dopo una chiacchierata in souplesse con Banhart, M Ward e perfino Sufjan Stevens (All Today, On Rotation Moses), magari tenendo a mente le evoluzioni da saltimbanco mannaro di un Tom Waits (I Came For Fire).

Siparietti appunto, a cui fa difetto un po’ di sostanza, aperitivi di un pasto che aspetti ma non arriva, a cui finisci per rinunciare, restando con la voglia di azzannare polpa e assaporare il sugo. Vedi la svampita AM, il romanticismo da front porch di & Eveline o la laconica Gasolina: finiscono dove iniziano, cioè prima di iniziare davvero. Capita poi che a tratti si ispessisca la trama, di avvertire cioè una tentazione d’azzardo – vedi la delirante Hogus Pogus – che però si rivela episodica, traccia di un talento che sembra essersi lasciato dominare da una progettualità più razionale di quanto lo stesso Perkins non intendesse. Nel complesso, insomma, si resta delusi. Non resta traccia. Non è una sentenza definitiva, almeno non credo. Ma una tappa sfocata, questo sì.

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