Recensioni

6.4

Ambiziosa… non c’è altro modo per definire la nuova opera di Elisa Toffoli. In un periodo in cui l’unico modo per cavalcare l’onda commerciale è sfornare singoli, la cantante di Monfalcone tira fuori un disco doppio metà in italiano e metà in inglese. Per un totale di un’ora e trentasette minuti di musica. Niente male per una che, dopo essere stata scoperta a sedici anni da Caterina Caselli, ha ottenuto il successo anche cavalcando quell’epica vittoria di Sanremo nel lontano 2001. In fin dei conti, il suo sound è sempre stato macchiato da sfumature abbastanza inedite nel panorama della musica commerciale italiana. Influenze d’alto spessore e un approccio internazionale l’hanno elevata dalla schiera dei soliti interpreti che frequentano abitualmente le chart del Bel Paese. In cambio, Elisa si è affermata come una delle voci più belle del nostro panorama.

Ritorno al futuro/Back to the Future è l’album numero undici per l’interprete del Friuli-Venezia Giulia e, come dicevamo, il più ambizioso. Non è solo la durata e l’operazione bilingue a mettere in gioco una posta molto alta. L’album ha l’obiettivo non dichiarato di continuare ed estremizzare quello svecchiamento dello stile di Elisa iniziato già ai tempi di On (WW). Lo fa soprattutto nella prima metà in italiano, perché è lì che la Nostra si gioca la partita ed è lì che le novità emergono repentine. Gli arrangiamenti orchestrali vengono affiancati da beat e percussioni elettroniche, i ritornelli si fanno più solari ed estivi, il clima generale più allegro.

La squadra messa su per l’occasione è di tutto rispetto. Elisa conferma gli autori Dario Faini (Alessandra Amoroso, Emma, Renga, Annalisa) e Davide Petrella (Cesare Cremonini, Gianna Nannini, J-Ax e Fedez, Elisa, Jovanotti, Emma, Fabri Fibra), già presenti nel precedente Diari Aperti (2018), ma soprattutto chiama a raccolta la creme de la creme della musica italiana da classifica. È la squadra la vera protagonista di Ritorno al futuro, non la singola frontwoman. Nonostante ciò, è impossibile non sottolineare che Elisa arriva a questo undicesimo disco da una posizione assolutamente privilegiata, dovuta agli enormi successi (Eppure sentire (un senso di te)), le grandi collaborazioni (Gli ostacoli del cuore con Ligabue), il recente secondo posto al festival di Sanremo (O forse sei tu) e la sfumata presenza agli Oscar 2013 con Ancora qui, scritta da Ennio Morricone per Django Unchained di Tarantino. Un curriculum che sazierebbe chiunque, ma non la cantautrice di Luce (Tramonti a Nord Est).

L’anima del disco sta nel titolo stesso. Il ritorno e il futuro: un ritorno a una lingua che in passato l’ha vista produrre le sue cose migliori (Pipes & Flowers su tutti) e un futuro che la vuole re-inserita tanto nelle parti alte delle classifiche quanto nel pop di qualità. Il tutto è disegnato egregiamente per aprire un dialogo con i vecchi e i nuovi fan, la vecchia e la nuova Elisa. La parte “italofona”, dicevamo, è quella che merita una lettura più attenta. Litoranea è scritta da Calcutta e prodotta da Mace, e del cantautore di Paracetamolo porta i segni evidenti. Suono sbarazzino, ritmo simil-latino e ritornello orecchiabilissimo. Manca il decadentismo romantico tipico di alcuni brani del cantautore di Latina, ma il brano adempie allo “svecchiamento” di cui sopra. Michelangelo, il producer della super hit Brividi di Mahmood e Blanco, è dietro ai mixer di Come sei veramente. Respiro internazionale ed equilibrio ben studiato tra un sound più congeniale ad Elisa (altezza L’anima vola) e citazioni super mainstream (Coldplay su tutti).

L’adunanza di collaboratori non finisce. In Luglio, Elisa tira fuori una squadra di Girl Power composta da Giorgia, Roshelle ed Elodie. Il risultato è un soul che flirta con le sonorità dei Fugees senza avere però un briciolo dell’urgenza della band di Lauryn Hill. Diversi sono ovviamente i presupposti, ma nonostante ci fosse il potenziale per tirare fuori una hit, i risultati non sono stati raggiunti. Con Rkomi, Elisa prova a replicare il doppio platino di Blu (2019) con un brano, Quello che manca, focalizzato su basi e atmosfere hip hop. Il concentrato semplifica gli stilemi del genere e, in fin dei conti, non incide. La cortina si fa più soffusa ma non per questo più convincente dalle parti di Non me ne pento, una ballata dark che gravita in zone urban-trap ed è prodotta da Don Joe.

Le cose migliori di questa metà di disco si trovano verso il singolo Seta, un brano sincopato che ricorda qualcosa del nuovo Ed Sheeran e, allo stesso tempo, non sfigurerebbe accanto alla discografia di Elodie, Gaia, Baby K e tutta la nuova generazione. Di tutt’altra sostanza è O forse sei tu, il brano più tradizionale del disco, presentato in concorso a Sanremo. La ballata instaura un dialogo inusuale (ma interessante) fra la tradizione nazional-popolare (Laura Pausini e Tiziano Ferro) e derive più sperimentali (si sentono echi di Cocteau Twins). Anche il brano con Jovanotti, Palla al centro, ha un piglio non scontato che stuzzica l’urban e la house music. Lascia il tempo che trova, ma è una buona dose di endorfina in quasi quattro minuti.

Le vere punte di diamante si trovano nella metà anglofona di questa fatica discografica. C’è il garage gospel in stile Adele (Show’s Rollin), il soul metropolitano colorato dalla cifra stilistica di Alicia Keys e Mary J Blige (Let Me e Drink To Me), e persino le elucubrazioni soul-troniche di James Bake (I Feel It In The Air). Il tutto è ben inquadrato, non risulta sbiadito o derivativo, e la voce di Elisa si eleva potente al di sopra di questi egregi riferimenti. Ordinary Day si pone a metà strada tra le nuove cose di Taylor Swift e Miley Cyrus, mentre Fuckin’ Believers si guadagna il bollino “explicit” con un hip-rock che tira in causa Nicki Minaj e Alanis Morissette, ma – più di tutto – gli esordi rockettari dell’eterea Elisa. C’è tanto r&b declinato in forme diverse in questa metà di disco.

“Ambizioso” è proprio l’aggettivo giusto per definire Ritorno al futuro/Back to the Future. La complessità dell’operazione causa un’inevitabile deficit dell’attenzione nell’ascoltatore, già poco abituato ai doppi dischi, figuriamoci alle doppie lingue. Difficile da spiegare è anche la decisione di non pubblicare due album separati. Forse ne avrebbero beneficiato sia gli autori che gli uditori. Ad ogni modo, è innegabile che Elisa sia una grande interprete, con il potenziale di un piglio autobiografico e artistico che la distinguerebbe da chiunque. Troppo spesso però la sensazione è quella di assistere a un quadro perfetto e senz’anima, un diorama in cui il tempo e le emozioni rimangono perfettamente immobili. Paradossale per una proposta che alla base mette i sentimenti. Inevitabile forse, data la natura del progetto.

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