Recensioni

Dopo l’esperimento post-rock/slow core de La stasi, Giorgio Scorza, Daniele Mantegazza e Lorenzo Borroni approdano assieme a Pasquale Delfina all’esordioIl topo che stava nel mio muro, pubblicato sotto il moniker di El Santo.
Undici tracce di alternative rock marcatamente italiano, orientato sia verso accenti maggiormente psych/blues sia verso soluzioni più cantautorali. L’album si apre con Garage #5, uno slogan apocalittico-rumorista che introduce aMarabù, dove alla cinica incombenza dei testi (“Ti hanno convinto che sei il prodotto di 50 anni di Andreotti, sacerdoti e Marabù”) si accompagna una ruvida energia rock, che richiama i maggiori nomi del generi, soprattuttoAfterhours e Marlene Kuntz.
Con questi ultimi, gli El Santo condividono soprattutto una certa propensione per l’armonia distorta – come mostrano, ad esempio, le chitarre stirate di Sugar Ray -, nonché la capacità di costruire testi in cui convivono, in buon equilibrio, sentenze e letterarietà, ermetismo e ironia: brani in cui la spinta propulsiva del genere di riferimento resta sempre in primo piano, ma capaci anche di intrecciare soffusioni da (quasi) ballad e ricercatezza cantautorale, come mostrano rispettivamente Il salario delle formiche e Dean.
L’incombente tensione di Motown (quello che ti uccide), uno dei pezzi più riusciti del disco, riunisce invece languori bluesy e altalene psych, mentre l’intro allucinato di Ossessiva, che chiude l’album, sintetizza quanto elencato finora: ruvidezza elettrica da un parte e visionarietà dall’altra, unite ad una buona abilità di costruire pezzi dove alla ricercatezza e cura dei testi si accompagnano buone melodie. Per un esordio che, pur senza fare dell’originalità il suo maggior pregio, riesce a inserirsi in un panorama – quello dell’alt-rock nostrano – a volte fin troppo affollato.
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