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6.5

Quello che volevamo era un disco che emanasse una calma strana e misteriosa, un senso d’attesa.
Emidio Clementi

Un disco come un film. Per realizzarlo: apparecchiature digitali e strumenti musicali stipati nel bagagliaio di un bus di linea verso il Marocco. L’idea: scrivere e registrare nella stanza di un hotel di Tangeri. Protagonisti principali, nonché rispettivamente autore e regista, Emidio Clementi (ex Massimo Volume) e Massimo Carozzi (già nel collettivo bolognese Zimmer Frei); ad aiutarli, amici come Dario Parisini, Giacomo Fiorenza, Luca Gemma, Steve Piccolo (ex Lounge Lizard), Paolo Cucco (Mau Mau), Vittoria Burattini (ex Massimo Volume, adesso Franklin Delano) e Francesco Donadello (Giardini di Mirò). Il risultato è un lavoro sicuramente atipico per l’odierno panorama musicale italiano. Stanza 218, il debutto di El Muniria, non è soltanto il racconto di un viaggio, dell’immergersi in una cultura altra, ma è il frutto di un’esperienza che ha portato il duo, in seguito a vari impedimenti, a far ritorno a Bologna per completare il tutto nel soggiorno di casa Carozzi.

Anzitutto è bene fare delle precisazioni formali: non siamo in presenza di un disco rock, come il passato musicale di Clementi e dei collaboratori potrebbe suggerire. L’impostazione è prevalentemente elettronica (quasi obbligata dal prevalente utilizzo del computer), e le canzoni (o meglio, le varie “scene” di questo percorso) sono quasi tutte costruite intorno a piccole intuizioni, brevi frammenti di suono. Parlare di minimalismo è, in questo caso, riduttivo: la musica di Stanza 218 è totalmente funzionale al racconto, o meglio alla visione che El Muniria vuole trasmettere all’ascoltatore. I suoni forniscono immagini e sensazioni, tasselli di significato che, insieme alle parole, costruiscono l’opera nella sua interezza: in questo caso, forma e contenuto coincidono. “Stanza 218” non è l’ideale colonna sonora di un film, come si potrebbe pensare: è il film.

In questo contesto, la realtà del Marocco, osservata e studiata dalla stanza d’albergo, non è evocata letteralmente. Non ci sono elementi musicali africani, fatta eccezione per qualche frammento sonoro registrato sul posto: si è voluta piuttosto tradurre in musica l’atmosfera fisica di Tangeri, le sensazioni a essa legate, le percezioni di un chi “altro” che si trova a contatto con quell’ambiente. L’Africa del Nord non è descritta etnograficamente, ma sensorialmente, rievocando suoni, odori, colori. In altre parole, questo disco vuol rappresentare fisicità. La stessa fisicità, lo stesso caldo opprimente, la stessa aria pesante, lo stesso pizzicore della pelle che si può ritrovare tra le pagine dello “Straniero” di Camus. E l’impianto “visivo” della musica e i testi impressionistici di Clementi sono del tutto funzionali a questa trasposizione. Come dichiara l’autore, il disco vuole emanare una calma strana e misteriosa, la stessa che si può provare seduti in un caffè di Tangeri. L’intento cinematografico di El Muniria è chiaro già dall’introduzione di Santo, con una sigaretta che si accende e la voce salmodiante che ripete “Amico, tutto ciò che separa è santo”; verrebbe in mente l’etimologia latina sanctus < sanciscor, sancire, separare, come a enfatizzare l’assolutezza e l’inesorabilità del concetto che si vuole esprimere (“è finito il tempo dei sorrisi”). La base, col suo basso pulsante e la sua slide guitar, inizialmente ricorda i Pink Floyd finché, dopo interventi minimali di drum machine, il ritmo si apre; rumori di strada introducono Shalimar hotel: su un semplice riff di chitarra, un sequencer simula dei passi, e la fisicità è sottolineata da parole come “il mio meglio, o il mio peggio, ti rimane appiccicato addosso come un olio denso”; il tutto è arricchito da un interludio di chitarra acustica e Wurlitzer (uno dei protagonisti sonori più efficaci). Fermati qui è un trip hop di scuola Tricky dalla semplicissima struttura armonica, con chitarre trattate in sottofondo che fanno da contraltare all’atmosfera straniante creata dagli imperativi del testo e da una voce campionata. Il testo pregno di rassegnazione di Fino in fondo e la predominante elettronica oscura di Sotto il sole ci restituiscono l’indolenza e l’asfissia di un caldo pomeriggio in Marocco. Sono episodi tra i più efficaci ed evocativi, ma l’apice narrativo, musicale ed emotivo del disco giunge con Forse tra un attimo.

In questo brano Clementi ricorre a uno dei suoi espedienti testuali prediletti, l’anafora (in questo caso è il “non” che si ripete); ma è il climax della frase “forse tra un attimo, proprio qui, accanto a te” a costituire il fulcro, parole che preludono all’apertura iconica del brano in una meraviglia di mellotron, tastiere, synth ai limiti dell’ambient, e chitarre in feedback. Questa sinergia tra le musiche di Carozzi e i testi di Clementi costituisce la vera forza di questo episodio e dei momenti più riusciti di Stanza 218. Dopo l’interludio di Dentro a un bicchiere (il bere e gli oggetti a esso legati sono un tema ricorrente), costruita semplicemente su un riff di chitarra acustica trattato in loop, arriva Narrating a photograph, con voce, chitarra e sprazzi di armonica a sottolineare l’impostazione blues data da Steve Piccolo. Infine, Insieme è il brano che ricorda più da vicino i Massimo Volume (probabilmente per via dell’inconfondibile drumming di Vittoria Burattini); la voce distorta di Mimì che doppia una voce gridata è un momento terribilmente poetico, culminante in un catartico ”fa’ che il giorno si dimentichi di arrivare”, per sfumare in una lunga coda ambientale con canto di grilli, lontane tastiere e canto arabo. Si ritorna, ciclicamente, là dove il viaggio era iniziato: tra le strade di Tangeri e le sensazioni da esse emanate.

Stanza 218 è un album tridimensionale, di superfici sonore che riportano al senso di un interazione esistenziale. Quella tra l’uomo e le cose che lo circondano.

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