Recensioni

7.2

Li si era dati per desaparecidos, un po’ come i Late Of The Pier del loro primo collaboratore, Sam Eastgate (Wild Human Child, 2010). Invece, a distanza di due anni dall’acclamatissimo EP Some Reptiles Grew Wings (prodotto da Hudson Mohawke), rieccoli gli Egyptian Hip Hop, quattro mancuniani neanche ventenni che ritorviamo maturati sia tecnicamente (il frontman Alex Hewett è stato touring member per Connan Mockasin e Charlotte Gainsbourg), sia artisticamente.

Rispetto al progressive synth-pop di stampo “upbeat” (e a favor di NME) visto in precedenza, Good Don’t Sleep si rivela fin da subito un album dalla lenta combustione, dalle qualità espansive e sorprendentemente coeso. Un unico mood dai tanti blend esplorati in dodici tracce scritte su una prosa psichedelia narcolettica, contraddistinte cioé dalla diversa intensità di movimento e scandite da una attiva, pulsante e vagamente esotica sezione ritmica. I richiami vanno dai 90s alternative agli 80s goth-pop; ci troviamo sapori Warpaintiani (The White Falls) e – d’altronde in cabina di regia c’è il medesimo Richard Formby – dei Wild Beasts di Smother (Tobago, Strange Vale), per un suono che è già piuttosto caratterizzato: synth e torbide bassline a far da fondale nebbioso ad effetto “wall of sound”, in grado di esaltare al massimo le intricate trame chitarristiche che dai citati 80s di genere possono sorprendere in calibrate e scientificizzate pose Talking Heads.

Complice inoltre una sensibilità tutta chorus che torna a rompere la quiete ripetitiva (Yoro Diallo, SYH), Good Don’t Sleep scaccia il rischio noia, risultando, anzi, intrigante ed immersivo. Comodità da stereotipo indie incluse nella scatola (leggi: vocalità “shoegazey”) ma tutto il potenziale a disposizione per il classico debutto da qualche culto, come fu quello dei Wu Lyf lo scorso anno. Merita.

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