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7.1

Con una copertina che a prima vista sembra immaginare cosa sarebbe successo se ad essere affascinato dall’arte africana fosse stato Mondrian invece che Picasso, questo gruppo di musicisti ghanesi trasferitisi in Nigeria esordì nel 1973 grazie al solito Fela Kuti che prese il combo sotto la sua ala protettiva e grazie alla generosa lungimiranza del produttore Odion Iruoje, che li portò ad incidere il disco per la EMI Nigeria.

I cinque, in due frenetici giorni di registrazioni, tirarono fuori uno dei primi dischi di afro-rock (cantato parzialmente anche in inglese) partendo da ritmi e melodie della loro tradizione ma trattandoli con un organico prettamente rock: l’organo che impregna tutti i brani, le chitarre che alternano le pennate nervose del funk africano a lick da rock coevo, l’appello tardo freak a freedom e love raccontano di orecchie tese al mondo e mani capaci di rielaborare con successo il tutto, tra i passaggi prog di Amanehun, il reggae di Abonsan, la jam della title-track, arrivando ad anticipazioni non solo del dub ma anche di come lo rivedranno i PIL nella Gondzin movimentata anche da un flauto impertinente e vagamente stonato.

Il tutto venato da un mood oscuro, come spiega l’opener Darkness, il cui nervosismo frenetico dice che se nel ’73 da noi certi messaggi erano, come detto, tardo-freak, in Africa era tutto un altro paio di maniche, e dire certe cose significava fuga ed esilio per la vita.

Il gruppo purtroppo non ebbe grossi riscontri se non come culto e leggenda nel tempo, e si sciolse due anni dopo l’album: la ristampa dopo 40 anni è giustizia tardiva ma pur sempre giustizia.

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