Recensioni

È una storia lunga, quella degli Edgar, iniziata a Genova sul finire degli anni ’90 come laboratorio di improvvisazione – con il nome della band seguìto da un conciliante Cafè – e proseguita con la vittoria nel 2003 ad Arezzo Wave, la pubblicazione di un album, ovvero Alcuni fattori marginali, e la partecipazione allo spettacolo The Wedding Singer come band di supporto ad Angela Baraldi. Tra cambi di formazione e uno snellimento nel nome, Stefano Bolchi e soci tornano con un nuovo album che miscela con dovizia uno spessore cantautorale mai banale, forzato o prolisso a un rock d’autore curioso e ficcante.
Un songwriting che si sofferma sullo scorrere del tempo, l’abitudine che si cela nella quotidianità, il male delle ipocrisie, tra giochi fonetici e sornione chitarre rock. Un lavoro che ha molte facce, che si apre con un pezzo convincente tutto in crescendo come Vivo, e prosegue tra intimi arpeggi di chitarra e un cadenzato incedere melodico che richiama ora l’estro versatile di Paolo Benvegnù, ora l’intima evocatività di Marco Parente. In questo Anche se non sembra i Nostri non mancano di provare soluzioni nuove, tra episodi post- (Esse baratto, con l’elettronica a sottolineare l’alterità nella ricerca dell’io) e divertissement acustici (l’irish folk de Gli asini). Ma è soprattutto in brani come D’istinti saluti o Tappetino part-time che il rock cantautorale sfocia in saliscendi di synth e chitarre, tra falsità e convenienze descritte con il guizzo dell’attualità e versi che rimettono in discussione tutto, persino sé stessi (Forse la maniera migliore per passare il tempo è perderlo).
La slide di Già, con la voce di Bolchi a calcare un sussurrato, raccolto finale sul tempo che corre troppo in fretta, chiude un disco solido, levigato con qualità autorali e in grado di muoversi agilmente tra stili diversi senza timore di suonare già sentito, retorico o banale. Anche se non sembra, dati i tanti anni trascorsi, è un nuovo, meritevole inizio.
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