Recensioni

7.1

Gli E sono un supergruppo? Ma soprattutto, è possibile che a dare fuoco alle polveri bagnate di un certo rock alternativo/moderno siano più i veterani della scena rispetto alle giovani band, che o seguono altre scie o tutt’al più somigliano a imitazioni non malvagie ma un po’ pallidine? Le domande che sorgono spontanee all’ascolto di un disco spesso sono anche quelle a cui è inutile rispondere. Della prima frega niente a nessuno, la seconda, beh, è una lamentela da critici sclerotici (o da vecchi fan) e non certo il modo più interessante di sottolineare la qualità di questo disco.

Secondo per gli E, band di Boston formata per l’appunto da tre veterani con un curriculum lungo così. Si comincia da Thalia Zedek, che come ben sappiamo prima di essere cantautrice in proprio è stata l’anima di band come Uzi, Live Skull o gli ineffabili Come, con quell’altro geniale outisder di Chris Brokaw (peccato non sia della partita anche lui, ma vabbè, non si può avere tutto); si prosegue con Gavin McCarthy, batterista di quei Karate che giusto una ventina di anni fa di questi tempi davano lezioni di matchability tra emo e post-rock; chiude il cerchio Jason Sanford, con le sue chitarre strambe, da tempo sperimentatore con i suoi Neptune.

Questo disco non ha cedimenti, è sufficientemente potente, definito ed elastico da confermare che siamo di fronte a una realtà solida. La musica degli E ha una personalità che oscilla tra il noise/grunge e un velato approccio post-rock, è a trazione naturalmente chitarristica – le chitarre dei Sonic Youth oppure dei Television, o dei Fugazi, dei Nirvana, degli Slint, il ventaglio è grande e fa tirare un bella aria – e con una vena blues tendenzialmente carsica che a tratti affiora in modo più che pronunciato. I primi tre brani, Pennies, The Projectionist e Poison Letter, rispettivamente un teso midtempo, una ballata ispida subissata di dissonanze, un blues monomane giocato su un assillante riff con deflagrante dinamica, sono già tre biglietti da visita convincenti, e il resto si mantiene su ottimi livelli di tensione e dimostra una discreta inventiva: molto sonico il bel finale di One in Two, mentre la carta del riff ossessivo con variazione è la stessa giocata in Down She Goes, un post-rock quasi alla June of 44 (con l’aggiunta di un declamato più enfatico). Il punkabbilly di Untie Me e le sfumature jazzy di Cannibal Chatroom, via di mezzo tra Jesus Lizard e i Bad Seeds di Red Right Hand, sono variazioni ben riuscite, fino al bel brano finale, Hollow, che condensa un po’ tutto, compreso il gioco di voci.

È una nuova band a tutti gli effetti, suona come una nuova band, e – che lo si intenda come un supergruppo o meno – questa creatura chiamata E può dare ancora parecchie soddisfazioni.

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