Recensioni

Penso ci siano pochi momenti ardui per un gruppo come fare l’apertura a una band famosa, apprezzata e in quel momento desideratissima. Cerco di ricordare tutti gli opening-act ai quali ero spettatrice, in modo da capire anche chi ha deciso di continuare e chi ha preferito fare altro. Alle volte scommetto, e ci prendo, altre sbaglio clamorosamente. Ecco, io i fiorentini Dust & The Dukes li ricordo in apertura a un gruppo che ho amato molto, e, nonostante la serata non fosse nata all’insegna della fretta o delle attese snervanti, so che non mi colpirono granché. Li trovai un po’ troppo derivativi e costruiti. Non mi incuriosirono. Fini lì.
Oggi, a circa tre anni di distanza da quel live estivo, mi arriva come uno schiaffo in faccia il loro nuovo lavoro. E mi ritrovo spettinata. Ho sempre trovato piacevole ricredermi e con la band formata da Gabriel Stanza, Enrico Giannini e Alessio Giusti è decisamente corretto farlo, di fronte a un disco maturo, compatto e scattante. E che è in realtà il loro primo album, dopo un EP autoprodotto nel 2017, nonostante siano molti anni che calcano le scene dell’alternative rock nostrano.
L’album omonimo, registrato in presa diretta al SAM Recording Studio di Lari (e che presa diretta!), raccoglie dieci brani che, come un fumo viziato, addensano tutta l’epicità di un immaginario tarantiniano, scorticato e fioco, in cui il country, il garage e il rock’n roll danzano amabilmente con i migliori spiriti blues. Il frastuono generale si fa sinfonia, figlia della polvere e dell’inconscio grazie a solidissime ballate caveiane che paiono quasi rilette dall’energia di Jarvis Cocker; il rock scultoreo che regala questo disco ricorda anche Jon Spencer ma il gioco dei rimandi potrebbe fregare chi ancora non si è avvicinato alle canzoni del disco e togliere attenzione a un sottotesto ben più dinamico.
Se Run apre con una ritmica ossessiva e oscura, Secrets In The House rischiara la coltre di fumo grazie a una convincente ghost dance che convince sin dal primo ascolto per quel suo tiro dritto e muscoloso così come il desert rock di Bueno’s sorprende per la solidità e il brillante uso di rullanti grezzi. Dal country tradizionale di Just Fine al rancido e barcollante garage di Sit&Listen, passando per la nervosa elettronicità urbana di Plus 18, sembra che tutto possa esplodere in qualsiasi momento, proprio come nei film. La voce di Gabriel Stanza si fa sempre più irrequieta, un ululato vivido, le chitarre squillano tra lo sporco e la polvere mentre il suono si fa sempre più denso: il blues intrigante di Life in A Bottle, impreziosito dal contributo di Uberto Rapisardi dei Veils all’organo Hammond, suggerisce una vicinanza alla band di Finn Andrews che si riflette anche nel songwriting torturato eppure chirurgico, un sound che torna insistente (e convincente) anche nella chiusura affidata al doppio fotogramma in bianco e nero di Losing Tune pt.1-pt.2, quasi l’epopea finale, umorale e lisergica, che sembra solo scrivere l’inizio della storia della band toscana.
Un nuovo inizio per i Dust & The Dukes, grazie a un ascolto pulsante, vigoroso, pieno di parole e storie (forse) maledette; è un lavoro che gioca con le dissonanze e le fa diventare piacevolissime ossessioni. L’attitudine blues, lo spirito rock’n roll e la buona capacità di raccontare storie facendosi scudo con un romanticismo selvaggio, contribuiscono a dar vita a un’atmosfera ricca ma non confusa, penetrante e vorticosa. In attesa di poterli apprezzare nella loro dimensione ideale, quella live, ci godiamo questo lavoro intenso, compatto e decisamente a fuoco. Con una colonna sonora così nemmeno una tempesta di polvere ci può impaurire. Con una colonna sonora così, ricredersi è davvero un piacere.
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