Recensioni

8.5

Quando si può dire che un disco è una pietra miliare? È ancora una cosa dibattuta tra gli esperti: siamo portati d’istinto a pensare che sia quel lavoro che nello stesso periodo della sua uscita viene accolto da consensi unanimi di critica e pubblico e gratificato da alte posizioni di classifica, eppure non è sempre così. Anzi, come in una distorsione temporale, i dischi vengono spesso considerati importanti dopo decenni, e quelli a cui nessuno guardava all’epoca poi diventano seminali, capolavori, iconici e avanti così con tutto il bagaglino. Tutto ciò è piuttosto curioso, soprattutto rispetto a RIO dei Duran Duran, pubblicato il 10 maggio 1982.

È innegabile che quando uscì raggiunse i piani alti della classifica inglese, ma la scalata fu lenta e arrivò solo al secondo posto partendo da un quarto (negli Usa si piazzò al sesto). È allo stesso modo innegabile che la critica non fu leggera con questo lavoro, trattandolo malissimo: lo vedeva come un disco commerciale, patinato, uno dei tanti prodotti di consumo che si buttava sulle mode giovanili (la new wave) interpretandole superficialmente.

In sostanza, viste le reazioni dell’epoca, Rio non fu un disco facile. Forse proprio per questo il mito di Rio crescerà come una specie di ombra non tanto del successivo Seven and the ragged tiger (che rappresenta senza dubbio una sterzata anche piuttosto brusca di stile che li rende quasi AOR), quanto del live Arena. Ecco, nel 1984 ogni teenager aveva nella sua cameretta una copia di Arena, che fosse in vinile o in cassette pirata: il sottoscritto ha imparato a tenere la chitarra in mano mimando proprio quello che usciva dal vinile, chiaramente in possesso della sorella maggiore del vicino di casa, sognando su ogni singola nota. Ed è proprio lì dentro che i brani di Rio acquistavano un fascino assoluto, come qualcosa che si sentiva provenire da una band che non era quella saltellante di The reflex e neanche quella che si complicava la vita di The Wild Boys: quattro canzoni su dieci di quel live venivano proprio da Rio, e quando attaccava New religion ti sentivi spazzato via in un’altra dimensione: ma soprattutto quando arrivava la doppietta Save A Prayer/ The chauffeur restavi di stucco, ipnotizzato da quegli arpeggiatori quasi alieni (Rhodes addirittura prima di The Chauffer li invocava, suonando il tema di incontri ravvicinati).

Fu lì che molti recuperarono Rio, paradossalmente quelli a cui la duranmania non interessava granché: mentre infatti – rimanendo nell’orticello della nostra penisola – la maggioranza degli italiani associava i Duran ai paninari e non aveva assolutamente interesse per la band se non per motivi di moda, quelli a cui interessava la musica si accorsero presto che Rio non raccontava cazzate a nessuno, ma era uno di quegli episodi più unici che rari nella storia della musica.

Il sottile boicottaggio verso Rio era dovuto principalmente alla convinzione di certi critici e dei wavers duri e puri che del punk non ci fosse più nulla e che si trattasse solo di un’ode al capitalismo sfrenato, musica e messaggio in secondo piano ma vestiti di marca, vita glamour, cocaina e champagne protagonisti assoluti. In più, che i Nostri facessero di tutto per piacere alle ragazzine sfruttando la loro immagine di bellocci per conquistare la hit parade. Niente di più sbagliato: se i Duran sono diventati il simbolo degli anni ottanta tutto consumo eccessi e “pensiero debole”, lo sono diventati solo dopo Rio: proprio con Seven and the ragged tiger. Era evidente che i Nostri si erano buttati a pesce in una situazione per cui il loro pubblico pensava più alle loro foto che a quello che suonavano, senza calcolarne le conseguenze: una storia da boy band, ma anche i Beatles in fondo si trovarono nella stessa situazione. La differenza è che i Beatles si ritirarono in studio: i Duran no, andarono dritti contro un muro fino a disgregarsi, per poi resuscitare più avanti proprio in virtù del fatto che non erano una boy band.

In Rio in realtà il punk c’è ancora, come urgenza di riscatto: c’è anche il no future, ma questo no future non si basa su un nichilismo passivo ma attivo. In effetti un John Taylor che passa le sue notti tra letti, groupie, palchi e polverine non è poi diverso da quello che facevano i Sex Pistols (e infatti non a caso Steve Jones diventerà poi suo accolito nella superband Neurotic Outsiders, producendo però prima addirittura il debutto in solo di Andy Taylor). Si tratta sempre di autodistruzione ma vista con lenti colorate, abbaglianti, sfarzose. Come il significato del carnevale di Rio insegna: assoluta povertà, un disastro sociale dentro e intorno, ma fuori il colore, l’energia, la droga, il sesso, la vita che brucia fino a diventare cenere.

Il significato dirompente di Rio è proprio questo: siamo gli eredi di generazioni decadenti, esistenzialiste, working class e middle class schiacciate dal sistema ma non vogliamo deprimerci. Anzi, ci prenderemo tutto e realizzeremo i nostri sogni come se non ci fosse un domani. Ed è chiaro che nei Duran di Rio vediamo sia la sfacciataggine mod, sia – si è detto e stradetto – la grande eredità dandy/ glam dei Roxy Music e di David Bowie (ricordiamo infatti che erano tutti truccati, in particolare Rhodes, tanto da poter essere considerati quasi gay da occhio inesperto, ma le fan ne andavano pazze), nello stesso tempo anche – in minima parte – non volere essere proprio al centro dell’obiettivo ma farsi desiderare più dell’immagine stessa.

La copertina di Rio infatti non li vede ritratti, c’è un dipinto dell’americano Patrick Nagel, il volto di una ragazza in pura pop art che è rimasto nell’immaginario collettivo: loro sono defilati all’interno, ripresi sull’edificio più alto di Londra, pronti a raggiungere il top quasi in sordina ma con la sicurezza che hanno solo i fuoriclasse. Sarà dopo invece che il riflettore li friggerà senza se e ne ma, facendogli perdere la bussola (e anche la tecnica strumentale, come testimonia proprio Arena).

Per ora Rio è perfettamente in equilibrio tra diversi mondi: il new romantic di marchio Steve Strange li ha presi senza dubbio a battesimo, ma ora gli sta stretto anche quell’ambito. I Duran vogliono essere unici, e per esserlo scelgono la strada multimediale: forse tra i pochi a capirne l’importanza, sembrano dei Residents al contrario. Mtv aiuterà i Duran ad avere una cassa di risonanza per spingere i video di Rio, girati in luoghi esotici come lo Sri Lanka o i Caraibi, in cui l’idea di viaggio sembra parto – più che un vezzo – di un’inquietudine esistenziale nel quale il piacere è un modo per dimenticare quel demone sotto la pelle che è evidente nei video di Hungy Like A Wolf o Save A Prayer che, per quanto ingenui visto l’approccio pioneristico ad un formato come il videoclip ancora tutto da scoprire, vedono la mano di Russell Mulcahy, futuro regista di Highlander.

Le critiche al loro operato anzi hanno dimostrato a posteriori che poi tutti hanno usato il mezzo per fare cassa, anche gente in teoria estrema come i Metallica, senza far caso alla qualità delle immagini: in poche parole, i Duran Duran sono stati malvisti solo per avere aperto una porta nella cui stanza sono poi entrati tutti senza badare tanto alla coerenza. Sempre tornando a quello che riguarda la fatidica domanda “cosa resta della rabbia giovanile?”, basta leggere i testi di Le Bon, il quale si interroga costantemente sul fare delle scelte, sulle incertezze sociali, sulla propria coscienza, sul contrasto sesso / romanticismo, sulla dissolutezza, ma anche sulla redenzione; ci butta anche leggeri indizi politici e filosofici: in Rio, ad un certo punto, arriva la polizia, la repressione, e In New Religion ci sono versi come «Maggiori dell’esercito dicono grezze verità / sdraiati in una piscina / cercando l’innegabile verità che / l’uomo è solo un pazzo», e il brano è assolutamente il manifesto del disco, più che la title track.

Perché Le Bon non si pone come uno che ha capito tutto della vita, ma come un giovane degli anni Ottanta che sta cercando di costruire la propria strada e che dalla vita vuole tanto imparare quanto riuscire a viverla al massimo. Il che non è molto diverso da un atteggiamento baudeleriano, che protende allo stesso tempo verso la bellezza, l’amore per l’esotico, vedere cosa c’è al di fuori del recinto, ma anche la distruzione a base di droghe e di lussurie perché non si può fare a meno né del buio né della luce: tra l’altro come disse Taylor nel libro Duran Duran’s Rio, Le Bon aveva come punto di riferimento per i testi i Joy Division, di cui era fan sfegatato: l’operazione che fa è quello di portare l’inquietudine e la darkness del gruppo di Manchester in un contesto pop, dialogando con l’ascoltatore piuttosto che il contrario e lasciandosi andare spesso a flussi di coscienza bowieani.

Il picco di questa poetica (perché diciamolo, Le Bon è un poeta) è il testo di The Chauffer: un autista porta una misteriosa dama a passeggio in una giornata calda, che all’apparenza dovrebbe essere splendente e quasi solarizzata, e invece serpeggia l’inquietudine di lui che la ama in segreto e non potrà mai ottenere quello che vuole. Questa frustrazione inaudita, questa passione che non riesce a trovare sfogo è espressa in maniera quasi maniacale dal solito arpeggiatore di Rhodes, implicitamente rimette le cose a posto riguardo le differenze di classe, chiude Rio in modo lynchiano, poco rassicurante, come a dire noi vogliamo divertirci ma proprio perché sappiamo come stanno le cose: non ci possiamo liberare dall’essere umani.

Musicalmente quindi è una continua urgenza e un insieme di stili che vengono assemblati con perizia in modo che l’insieme sia un suono nuovo, quello dei Duran. Rhodes addirittura ricorda di non aver dormito praticamente mai durante la realizzazione del disco, fino al momento in cui si è reso conto che tutto era al suo posto, nel viaggio aereo per lo Sri Lanka mentre nell’ennesimo giorno insonne riascoltava la tape di prova del disco in un walkman.

Una delle obiezioni mosse dalla critica era appunto che i Duran fossero derivativi. Bene, inizialmente è difficile non pensare a dei cloni “leggeri” dei Japan, in quanto è evidente che i Duran sono dei fan talmente devoti da incarnare i loro beniamini (vedi i sintetizzatori quasi clonati, l’uso del basso fretless che evoca Mick Karn, quegli arrangiamenti che sembrano presi da Quiet life, come la title track ad esempio). Ma pure i Japan si rifacevano ai Roxy Music e facevano merenda con Moroder (altro punto di riferimento dei Duran, tanto da lavorare con loro anni più tardi nel brano Tonight United).

Quello che sfugge ai critici di allora è non solo la capacità di portare il modello ad una sintesi pressoché adatta per ogni palato, ma anche il fatto che i Duran di Rio sono anche figli dei Kraftwerk (soprattutto quelli degli arpeggiatori sognanti di Trans Europe Express), degli Chic (cosa evidente nell’apporto più funkeggiante come in Last chance on the starway), dei Beatles stessi (Lonley in your nightmare potrebbe essere un classico dei fab four e l’ocarina di The Chauffer è un eredità del White Album), del post punk più tetro quanto della psichedelia più dinosaura (vedi appunto New Religion, tra Cure Siouxsie, e i Pink Floyd a cui scippano il riff di chitarra di Shine On Your Crazy Diamond).

Ma non possiamo dimenticare che c’è dentro anche l’hard rock che a volte rasenta la NWOBHM nelle svisate di Andy Taylor, tra l’altro grande fan degli AC / DC. È chiaro che lui è una marcia in più in questo senso: con le sue chitarre riesce anche a portare nei Duran quel pizzico di noise che non ti aspetti: in Hungry Like The Wolf  l’intermezzo strumentale è praticamente dominato dalla chitarra che produce feedback e storture cacofoniche con la leva, e in Hold Back The Rain i power chords muscolari ne fanno una specie di pezzo glamster intinto nell’acido degli effetti da studio. Ci sono poi anche citazioni “colte”: l’intro di Rio creato con un pianoforte preparato da Rhodes, il quale lancia sulle corde pezzi di metallo per poi mettere in reverse tutta la registrazione, oppure la ripresa audio di un ghiacciolo che cade in un bicchiere inserita in The chauffeur, così come tutta una serie di inserti quasi “field recording” presi da audio di documentari e film, cosa che ricorda la concrete music, ma anche lo strizzare l’occhio al “coyote” di Ennio Morricone nel lead synth di Save a prayer.

Ma c’è anche di più: la super analizzata New religion è in pratica un omaggio di Le Bon a Grandmaster Flash, basato sull’intuizione di melodizzare il flow rap (cosa chiara anche in Last Chance On The Stairway, che però viene macchiata di punk funk stile Pop Group e di momenti alla Bacharach) e in The Chauffeur troviamo addirittura i semi della trap, se ascoltiamo la drum machine rotolante, la base in minore sintetica e la melodia portante della voce. Ecco, appunto la voce di Le Bon: una voce che rappresenta una generazione. Gonfia di chours, effetto che in qualche modo il produttore Colin Thurston (già famoso per il suo lavoro con Iggy Pop, con il Bowie di Heroes e per la sua liason con i Magazine e i Talk Talk) trasforma nel proverbiale “funghetto magico” di tutto il disco (tecnica che vediamo ripresa anche nell’insospettabile Nevermind dei Nirvana, che non a caso fecero anche una specie di cover di Rio dal vivo).

È una voce robotica, inumana nella sua perfezione, infilata come in un “autotune ante litteram” che oltre a migliorare l’intonazione è una condizione esistenziale, un “freeze” che ferma per sempre la giovinezza nel frame volitivo, che sia dovuto al consumo di fredda cocaina o alle turbe di un’anima fragile che ha deciso di corazzarsi per affrontare il mondo. Per questo Rio è ancora attualissimo, e parla a una serie incredibile di sottoculture giovanili (non lo è stato solo per il nu-metal, la presenza di Ivorian Doll come guest nel loro ultimo Future Past ne è un segnale). E pensare che prima di questo album i Duran Duran si erano spostati verso una speed disco tanto incredibile quanto anticommerciale come quella del singolo My Own Way: che in Rio è presente in una versione diversa, che non sarebbe stata male in Let’s dance di Bowie, il quale casualmente uscirà l’anno dopo.

Che gli allievi con Rio abbiano veramente superato il maestro? Beh, sono passati solo quarant’anni, ma se continua così poco ci manca: Le Bon d’altronde l’aveva scritto nero su bianco in New Religion: «Ho imparato troppo, devo farlo vedere / chiamalo tradimento».

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