Recensioni

4.5

Per la loro tredicesima fatica, i Duran si affidano a Mark Ronson. Scopo? Rifarsi il trucco sonico con il culo parato. Nel 2007, c’erano stati Timbaland e Timberlake a tentare l'improbabile spolvero; nel 2011, nemmeno con l’aiuto di Kelis e di Ana Matronic delle Scissor Sisters si riesce a tirar fuori qualcosa degno della loro eredità.

Abbiamo appreso da varie interviste che il disco avrebbe dovuto essere il successore del mitico Rio, eppure un proseguio, oltre che a portare un suono perfetto e limato, dovrebbe almeno risplendere di luce riflessa. Potremmo anche soprassedere sulle citazioni e sugli autoplagi, arrivando a capire come sia automatico esaltarsi (e far esaltare) in ricordo dei vanagloriosi Ottanta; non transigiamo invece sulla patina di stantìo e di pacchiano che mostra il suono rimodernato con i tools contemporanei: nello scimmiottamento industrial nella strofa della title track, nella copiatura (che ‘non ce la fa’) dei Depeche Mode in Blame The Machines, nella pomposità barocca della pseudoballad conclusiva Before The Rain e in molti altri punti che vi lasciamo scoprire non c’è nemmeno il buon senso di prendersi in giro, o la capacità di creare un oggetto da classifica (come ad esempio riescono bene a fare Mika o la Gaga di turno) o la cura maniacale dei giovani hypnagogici che con i suoni dei papà stanno da un po' di tempo sbancando anche il mainstream.

Sperando che sia stato il numero tredici a portare un po’ di iella, aspettiamo il prossimo. Ma anche no.

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