Recensioni
In quello che può essere definito il primo vero weekend autunnale di quest’anno, con le temperature (finalmente) scese sotto il livello di guardia e la pioggia a condire un venerdì sera che si accingeva ad adagiarsi sui canonici binari milanesi, il Circolo Ohibò – nonostante l’angusta architettura e la non certo agevole divisione dello spazio – diventa il rifugio perfetto per i veri amanti del rock; un rock passatista, che si fa beffa del termine “indie” per ritornare alla radice dell’ispirazione, al ricordo della prima volta con in braccio una chitarra, un basso, una tastiera o una batteria. È questo lo scopo dei Dunk (supergruppo nato un po’ per caso, un po’ per quel sano/malsano amore per la musica suonata dal vivo che troppo spesso oggi viene dato per scontato), al secolo Ettore e Marco Giuradei (dal gruppo bresciano Giuradei), Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi), Luca Ferrari (Verdena) e la new entry di queste ultime date Riccardo Tesio (Marlene Kuntz), che proseguono con il loro mini-tour organizzato spontaneamente per dare un seguito dignitoso all’uscita dell’EP L’originale, che arriva a soli nove mesi di distanza dal sorprendente (ma mica tanto, visti i nomi coinvolti) eponimo album d’esordio.
La storia della musica ci ha insegnato che spesso e volentieri i supergruppi nascono principalmente dalla noia o dalla voglia di rimettersi in gioco ma con il saldo aiuto del gruppo d’amici di turno, talvolta con risultati deprimenti (io sono ancora qui a chiedermi il perché dei Tin Machine e dei Traveling Wilburys) e altre decisamente degne di nota (basti pensare a uno dei primi esperimenti di supergruppo, i Crosby, Stills, Nash & Young). Per quanto riguarda la neonata avventura dei Dunk, è chiaro che a prevalere – e il live a cui abbiamo assistito ne è la riprova ulteriore (dopo l’assaggio avuto all’ultimo MiAmi Festival) – è il piacere dell’esibizione, il concretizzarsi di quella sinergia in cui l’ego di ciascun componente gioca un ruolo fondamentale ma mai predominante. Per tutta la carriera alcune band sperano di riproporre la magia dello studio di registrazione anche dal vivo, mentre con i Dunk accade esattamente l’opposto: la magia si innesca principalmente nelle loro esibizioni e, da questo punto di vista, è un miracolo che il loro esordio discografico suoni in quel modo lì: un carico d’esperienze e stili diversi che si intrecciano naturalmente, per dar vita prima di tutto a un suono originale e riconoscibile (una formula ripetuta anche in caso di cover, in questo caso per la radioheadiana Subterranean Homesick Alien), dove il rock può finalmente tornare a casa, in questa Italia dominata ormai da TRAP e IT-POP di dubbio gusto.
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