Recensioni

7.5

Nel 1970, un anno prima degli ultimi lampi afro-jazz di The Afro-Eurasian Eclipse e a sette dall’illuminante rivoluzione di Money Jungle, Duke Ellington fa capolinea nello studio di Colonia del produttore ed ingegnere del suono krautrock Conny Plank. Aprile, forse luglio, secondo altre interpretazioni, ma non importa: ciò che conta e sorprende è la straordinaria versatilità di queste sei tracce inedite che Groenland ha tirato fuori rovistando tra le bobine del produttore tedesco. Sei take per due brani che uniscono il mondo sperimentale, estremo e corrosivo del producer (siamo nell’anno in cui Plank produce il primo album dei Kraftwerk) e l’illimitato vocabolario espressivo che ha reso Ellington un musicista di straordinaria importanza.

Da un lato troviamo l’hard-swinging di Alerado, con la tromba di Cat Anderson e il flauto di Norris Turney a farsi strada su una serrata linea di basso e il centrale, sferzante organo di Wild Bill Davidson. I dialoghi con l’orchestra si fanno più sostenuti nella seconda registrazione, con l’organo che abbandona la sua centralità, arretra di una linea favorendo un risultato sicuramente più morbido e rivolto a una maggiore interiorità. Nella terza versione i ritmi sono più bassi, le atmosfere distese e riflessive, con la tromba di Anderson che si concede un lento assolo ricco di fascino.

Dall’altra parte Afrique, che si apre con il tamburo di Rufus Jones ad annunciare un ritmo tellurico, serrato. La sezione di fiati prova a rincorrere, l’organo detta i tempi prima di partire in un assolo che dipinge il brano di colori orientali a tinte blues. Nella seconda take Ellington aumenta ulteriormente i giri, Plank ritaglia nel missaggio un proscenio per il suo piano, e il risultato è ancora più sorprendente: ogni variazione tonale è un piccolo terremoto, ogni inserimento solistico uno squarcio. È il piano del Duca a dettare la linea melodica nell’ultima versione, quella più sperimentale delle sei. Ad aggiungersi, stavolta, c’è anche un’eterea voce femminile non accreditata che si unisce ai fiati nel diluvio che accompagna gli assoli minacciosi di sax.

In termini creativi non c’è molto di Plank, che in questa testimonianza di una delle ultime illuminanti fasi creative di Ellington ha però il compito di equilibrare la fitta tensione che contraddistingue i due brani. Un’opera certosina che pone grande attenzione ai vari livelli di dialogo di registrazioni – in parte poi riutilizzate per lavori successivi – che documentano la grandezza di una delle figure centrali delle musiche del ‘900.

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