Recensioni

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Nel giro di pochi anni la nostrana Heavy Psych Sounds si è fatta un nome di tutto rispetto all’interno del macro-genere stoner/psych/doom spesso retro-datato, e inaugura il 2016 con una manciata di uscite intriganti come Ape Machine, Banquet, gli ucraini Stoned Jesus e i qui presenti Duel e Throneless.

I Duel hanno in formazione un paio di ex Scorpion Child, glorie locali made in Nuclear Blast, e sono fissati con gli anni Settanta. Non di mero revival si tratta, dato che il quartetto – Tom Frank (chitarra, voce), Shaun Avants (basso, voce), JD Shadows (batteria) e Derek Halfmann (chitarra), coi primi due passati per la citata band texana – ne rivede gli stilemi alla luce di un impasto ad alta gradazione heavy di psych-doom e stoner-rock, in cui senso del groove tipicamente sud-orientale (la città di provenienza, Austin, dovrebbe dire più di mille parole) e pesantezze da pachiderma (a.k.a. la grana grossa del sound delle due chitarre e la rotondità del basso) restano sempre in primissimo piano. L’ammiccante The Kraken (ammiccante come potrebbe essere la band del Titty Twister di Dal Tramonto All’Alba), il groove ciclico di Fell To The Earth (riprendere i Kyuss degli esordi e sostituire loro l’erba con il whiskey), l’hard da trip di On The Edge non sono che esempi di un disco che ci fa pensare, specie in sede live, che più che dei morti dovremmo aver paura dei vivi se suonano a questi volumi. (7)

I Throneless sono invece in tre – Johan Burman alla batteria, Johan Sundén alla chitarra e Patrik Sundberg al basso – e vengono da Malmoe, Svezia. Tre lungocriniti che ci deliziano con un album da quattro tracce per 40 minuti che mette subito in chiaro obbiettivi e finalità senza possibilità di resa o misunderstanding: doom come se piovesse, anzi «heavy downtuned fuzz» reiterato e ossessivamente incupito, al punto che se in termini generali tornano in mente Sleep/Om et similia ma depurati di frikkettonismi vari, nell’opener Masters Of Nothing, in certi passaggi, sembra di ascoltare i Godflesh di Pure in versione metal-head. Quaranta minuti che sono una discesa continua, spesso limitrofa alla stasi, in un abisso di devastazione figlio della società di massa. Ostico in realtà, ma col suo perché. (6.5)

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