Recensioni

Il progetto a nome Ducktails casca a pennello per riportare in auge l’annosa questione del side-project, la cui ragion d’essere è spesso messa in discussione dall’effettiva qualità del prodotto finale, relegato talvolta a banale raccolta di b-sides che non hanno trovato posto presso il main act. In questo caso ad esser chiamato in causa è il buon Matt Mondanile, co-protagonista – insieme a Martin Courtney – dei più conosciuti Real Estate che, non più tardi di un anno e mezzo fa, ci deliziarono con quel gioiello pop che fu Days. Quarta puntata dunque per il progetto Ducktails che, da esclusivamente solista che era, si allarga invece ora a collaborazioni esterne che danno forma a quella che somiglia sempre più ad una vera band, con gli interventi impeccabili ai synth di Daniel Lopatin (già Oneohtrix Point Never), i tocchi del factotum Ian Drennan (Big Troubles) e le voci sublimi di Jessa Farkas (Future Shuttle) e Madeline Follin (Cults) prese in prestito per l’occasione.
Proprio gli interventi femminili rappresentano il biglietto da visita principale di questo The Flower Lane, la cui uscita è stata anticipata infatti dalla release del primo singolo Letter Of Intent, splendido cortometraggio synth-pop contrappuntato dal duetto vocale fra Drennan e la Farkas ed in bilico lungo orizzonti sonori che, se non fosse per una straripante eleganza nella struttura ed un gusto infinito negli interventi della totalità degli elementi che compongono il mosaico, finirebbe per sfociare nel peggior eighties-trash-chart-popche la mente umana potrebbe pensare di concepire. La stessa delicatezza – ancora una volta woman-oriented – si fa strada in Sedan Magic, vero capolavoro del disco in cui l’impianto dilatato à la Laughing Stock della strofa è preludio di un botta e risposta superlativo fra le chitarre su cui passeggiano gli appoggi di pianoforte e la voce soffusa di Madeline Follin.
Le stesse chitarre assumono il ruolo di assolute protagoniste, rimandando con la mente a Days nei ricami feltiani dell’opener Ivy Covered House, con le mani degli spettri di Hayward e Deebank che si rincorrono a distanza sui rispettivi manici e moltiplicando le forze sul rollercoaster di intrecci dell’altro vertice Under Cover in cui, al dialogo chitarra-pianoforte, si va a sommare l’essenziale contributo del sax. Non si abbassa la guardia nemmeno quando si accarezzano territori psych-pop quasi lo-fi come nella conclusiva Academy Avenue o quando si affida tutto ai synth per ilsexy-vibe da dancefloor di Assistant Director, così che anche le meno riuscite International Date Line e Planet Phrom – quest’ultima cover di Peter Gutteridge (The Clean e The Chills) – possano non lasciare cicatrici evidenti sul percorso.
Un disco maturo di pop raffinatissimo che esplora spesso ulteriori territori ambient-lounge senza cadere nel pretenzioso o nell’artefatto e un Mondanile così ispirato da far pensare ai – ora sì, il plurale ce lo si può permettere – Ducktails come a qualcosa in più di un side-project qualsiasi.
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