Recensioni

7.6

Se il primo album mette il nome sulla mappa, e il secondo consolida e apporta alcune significative variazioni alla formula, di norma il terzo è quello della consacrazione – quindi, perché i Dry Cleaning dovrebbero fare eccezione? D’altronde, il valore del progetto art-rock inglese (per quanto comoda, alla luce di molte formazioni con suono e attitudine senza dubbio affini, post-punk è un’etichetta che potremmo provare a scrollarci di dosso, suvvia) è stato ampiamente riconosciuto da critica e pubblico sin dagli esordi di New Long Leg (2021) e riaffermato dal successivo Stumpwork (2022), nella più classica parabola di crescita artistica baciata dal proverbiale universal acclaim.

Forse proprio per via di questa prevedibilità di traiettoria (quasi un paradosso, data l’indubbia personalità di partenza dei protagonisti), non sono davvero moltissime le sorprese che attendono al varco con questo Secret Love: il recitato impassibile, drammatico e comico assieme di Florence Shaw è sempre lì, così come il chitarrismo espressivo, melodico e peculiare di Tom Dowse e l’intelligente, dinamica e precisa sezione ritmica di Nick Buxton e Lewis Maynard; (post-)post-moderni, surreali, beffardi, lucidissimi, romantici, ironici proprio come li avevamo lasciati – solo, in una versione ulteriormente migliorata, multidimensionale.

A cambiare anzitutto è il nome del produttore: fuori John Parish, dentro Cate Le Bon in una scelta che sa già di investitura ufficiale da parte del gotha dell’alternative mondiale, tanto più che dietro il tutto c’è lo zampino del fan d’eccezione Jeff Tweedy (Cousin dei Wilco, si ricorderà, porta la firma della blasonata artista gallese, di recente anche dietro il secondo Horsegirl oltre che in proprio con l’ottimo Michaelangelo Dying).

Registrato in più studi tra America ed Europa, in combutta, tra gli altri, anche con membri della Gilla Band (complici a loro volta degli SPRINTS, giusto per continuare nel gioco di ragnatele), queste undici nuove tracce smussano ancora di più gli angoli e allargano la palette espressiva del quartetto aggiungendo ulteriori colori e sfumature – metafora pittorica usata dalla stessa produttrice, paragonando ogni brano a un diverso quadro in una galleria d’arte.

La raggiunta maturazione salta subito all’orecchio nell’eccellente singolo apripista Hit My Head All Day, con il suo groove urbano e l’incedere à la Laurie Anderson della voce (influenza dichiarata insieme ai dimenticati – e tutti da riscoprire – Life Without Buildings), dove Secret Love, The Cute Things e My Soul / Half Pint (con Tweedy ospite a disegnare ricami Television con Dowse, mentre Shaw accenna sorniona la melodia di California Stars…) si aprono a loro modo all’idea di canzone, in un processo già avviato nel disco precedente e qui portato al livello successivo. Se non è pop, è qualcosa che vorrebbe esserlo (e in sostanza lo è).

Ma niente illusioni: entrare nel mondo dei Dry Cleaning significa ancora una volta venire a patti con la (non sempre facile) scelta dello spoken word e accettare, quindi, di farsi guidare dal suono, dal ritmo e dal significato delle parole e delle frasi di Shaw, il cui impressionismo lirico raggiunge nuove vette espressive sia quando racconta della manipolazione dei media da parte della destra (Hit My Head All Day) o dell’assuefazione agli orrori della guerra (Blood), sia quando rivendica il diritto di mangiare cibi bruciati benché cancerogeni (Evil Evil Idiot) o di provare risentimento all’idea di fare le pulizie di casa (My Soul / Half Pint).

Narrazioni e visioni che acquistano efficacia sinestetica allorché immerse negli ambienti sonici, sempre diversi e cangianti, disegnati dalle figure melodiche di Dowse, veri e propri hook ancorati a linee di basso sempre efficaci e centrali, sia che si esplorino territori più convenzionali e persino solari e ottimisti (la conclusiva – e in odor di Stone RosesJoy, che in un ulteriore gioco di rimandi è l’equivalente di Favorite in Romance) sia che si indugi in atmosfere più oscure (I Need You, Blood) quando non surreali (Cruise Ship Designer, dalle parti dei sempre amatissimi Fall).

Ecco perché, come si diceva sopra, di fronte a tale varietà e padronanza parlare ancora di “revival post-punk” non ha granché senso ormai, a meno che non vogliamo prendere la misura della nostra incapacità di decodificare il presente se non attraverso categorie del passato, quando basterebbe solo fermarsi, osservare, ascoltare e capire. Motivo per cui un titolo come Let Me Grow And You’ll See The Fruit, oltre a designare l’episodio di gran lunga più complesso, ricco, emozionante e riuscito di un gran disco di una grande band, suona proprio come una profezia autoavverante.

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