Recensioni

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La trattengono nel Dna la musica, i Drive By Tuckers. In buona parte figli di musicisti, hanno imparato a suonare prima di dire “mamma”, ragion per cui è stato naturale tramutare una passione in professione. Grossomodo dalla fine dello scorso decennio, quando muovevano i primi passi non senza difficoltà e guadagnandosi un pubblico di tutto rispetto grazie all’intensa attività concertistica. Ed è lì che gli americani mettono alla prova i gruppi: non puoi barare e tanto meno te lo consentono nel loro Sud, dove si bada alla concretezza, all’esecuzione e alle canzoni. Sin qui ne hanno infilate di mediamente buone e qualcuna pure ottima e seguitano a farlo, rispondendo con equilibrate metamorfosi stilistiche ai rimescolamenti di formazione. Come nelle famiglie numerose si inseguono le certezze, così loro percorrono una tradizione più sfaccettata di quel che si creda.

Meno southern rock gravido di assoli e boogie per loro: piuttosto una raffinata alternanza di folk da ebbrezza alcolica (I Told You So), muscoli flessi (Drag The Lake Charlie) e propensione all’intimismo (You Got Another, Eyes Like Glue); gestendo l’influenza evidente di Tom Petty senza calligrafismi e incorporando chitarre più ruggenti dell’usuale (The Fourth Night Of My Drinking, Daddy Learned To Fly). Lontani dalla sintesi e scrittura stellari che appartengono ai Black Crowes, i ragazzi quasi persuadono del contrario con l’indolente romanticismo di Santa Fe e una tesa però delicata The Flying Wallendas, sfacchinano con gioia e convinzione da far chiudere un occhio su alcuni indugi. Tra manodopera e ingegneria esiste una fascia intermedia: profuma di orgoglio e onestà.

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