Recensioni

7.3

La prolificità non ha mai fatto difetto ai Dream Theater, come testimonia una discografia fittissima fatta di un album – in media – ogni 2/3 anni, e come testimonia questo nuovo lavoro che arriva dopo solo un triennio dal precedente The Astonishing, la qual cosa per una band con più di trent’anni d’attività sul groppone in genere è un’eccezione, mentre per loro è la regola. Ma quello che più sorprende è che John Petrucci e soci, dopo tutto questo tempo, abbiano ancora la capacità di sfornare dischi così carichi di pathos, drammaticità, vibrazioni. Prodotto dallo stesso chitarrista e fondatore della band, mixato da Ben Grosse (Marilyn Manson, Depeche Mode, Alter Bridge) e masterizzato da Tom Baker (Rolling Stones, David Bowie, Who, Santana), questo Distance Over Time, oltre a rappresentare l’esordio sulla sussidiaria della Sony InsideOut – dopo la decennale collaborazione con Roadrunner -, si configura come una sorta di ritorno alle sonorità più familiari per la band, dopo la digressione “rock-operistica” dell’orchestrale e concettuale succitato ultimo lavoro in studio, e presenta tutto ciò a cui la leggendaria formazione prog-metal americana ci aveva abituati. Il tutto sempre evitando ogni sorta di ovvietà e scandagliando tutte le possibili disposizioni dei fattori per riscrivere in forma inedita un’espressione matematica già nota. Non cambierà il risultato finale, ma almeno cambia il percorso con cui ci si arriva.

Ecco allora sciorinato tutto il bagaglio classico della band. Tra i tanti effetti al setaccio del metal (ehm…) detector: atmosfere dark/fantasy, riff vertiginosi, tapping, ritmi dispari, doppio pedale, cariche di rullante, ma anche aperture melodiche. Tutta roba che i Dream Theater si portano dietro dall’esordio discografico datato fine anni ’80. Anzi, tutta roba per cui i Dream Theater possono a ragione vantare crediti sul copyright. Ma la tecnica purissima e i virtuosismi à go-go nulla sarebbero se non fossero sorretti da una scrittura eccellente, cosa che ha sempre contraddistinto il quintetto di Boston, pur con tutti gli alti e bassi del caso. Si dirà: ma per una band come loro dischi come questo sono facili. Forse. Avercelo però un pilota automatico che esegue così bene i comandi e permette di sbracarsi sullo schienale e schiacciare un pisolino in assoluta tranquillità. E comunque la band americana ci mette sempre del suo anche quando dorme, cosicchè al pilota automatico – poverino – trasmette tutte le sue nevrosi.

E così l’epica Untethered Angel, la maestosa Paralyzed (per cui l’accostamento con Misunderstood non è una bestemmia), l’incendiaria Fall Into The Light, l’avvincente Barstool Warrior e l’apocalittica Pale Blue Dot diventano proiezioni di menti spostate, sequenze di frame disturbate, mai lineari, e per questo eccitanti, magnetiche. È probabilmente il ritorno a ciò che la band sa fare meglio, il motivo di tanta freschezza. Tra contorsionismi progressive e funambolismi dagli echi jazz non c’è mai un attimo di respiro. Il peso degli anni non si sente, o quantomeno sembra ben dissimulato. Lo spirito con cui la band si è messa al lavoro è ben descritto dalle parole dello stesso Petrucci: «Il mio intento è stato quello di creare il miglior album dei Dream Theater di sempre, con – nelle vesti di produttore – gli accorgimenti migliori e il sound migliore. Volevo che il prodotto finale rispecchiasse lo spirito, la gioia e la passione che ognuno di noi stava contribuendo a portare. Penso che l’obiettivo sia stato raggiunto e spero che i fan apprezzino ciò che abbiamo fatto e la pensino alla stessa maniera».

Pur senza apportare novità sostanziali al proprio sound, i cinque tirano fuori un lavoro che alla fine si rivela essenziale, come un vuoto colmato da qualcosa che prima non c’era e adesso, solo adesso, improvvisamente si materializza. Non solo. Si rivela pure indispensabile. Qualcuno di questi nove brani potrebbe anche diventare un classico della band e un cavallo di battaglia nelle prossime esibizioni dal vivo. Nove brani di cui ben sei superano i sei minuti (con punte di nove, come nel caso di At Wit’s End) e solo tre si attestano attorno ai più canonici – per il formato pop – quattro. Questo per dire che sforbiciare sulla durata complessiva non è artificio a cui si ama ricorrere, in casa DT, anche se – va detto – era dai tempi di Images And Words (1992) che la band non scendeva sotto l’ora di decorso (ma avreste il coraggio di rimproverare qualcosa a un disco come quello?).

Infine da segnalare anche la bella copertina – e pure qui, tradizione rispettata – di questo nuovo capitolo in studio, un’immagine a metà tra Shakespeare e fantascienza distopica opera di Hugh Syme, collaboratore di lungo corso della band e già disegnatore anche per Rush, Iron Maiden e Megadeth.

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