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7.5

Probabilmente i Dream Theater non vivono da ciechi nella cosiddetta gabbia dorata dei privilegiati e sono preoccupati per lo stato delle cose, sconcertati da un’umanità che dà gravi segni di squilibrio e ansiosi per il pianeta le cui risorse non sono infinite. Per aprire il quindicesimo disco di studio James LaBrie ha scritto un brano, The Alien, che immagina la colonizzazione di altri pianeti come risoluzione del problema nel suo complesso: «Guarda oltre la Terra, in rotta verso le stelle / Interplanetarie, alcune sono vicine, altre sono lontane / Terraforma un nuovo mondo, sopravvivenza per l’umanità / Opzioni ma poche, il tempo sta per scadere», canta il frontman della band. E continua: «Ora con i mezzi per espandersi / Io sono l’alieno / Qui fuori nelle stelle / Cercheremo finché non lo troveremo / Non importa quanto lontano / Un mondo molto migliore / Per tutta la razza umana / E al di là».

Gli alieni siamo noi, dunque, e LaBrie ha ragione, talvolta siamo stranieri – o considerati tali – perfino tra i membri della nostra tribù. A un inizio di forte impatto concettuale poteva corrispondere solo una risposta sonora altrettanto sostanziosa: i Dream Theater “sono tra noi” e sono più esplosivi che mai. Impossibile pensare che il livello di adrenalina che pervade il loro modo di essere musicisti e li contraddistingue da sempre si abbassasse. La ritmica mozzafiato e al limite dell’alieno appunto – ma di altri mondi – della coppia Mike Mangini & John Myung, i solo di John Petrucci e Jordan Rudess soffocanti e incontrollabili come spire di pitoni, l’ugola inossidabile e tagliente del vocalist canadese sono le invincibili armi della band, inattaccabili dal tempo che passa (per noi ma non per loro) e da qualunque altro elemento fisico e/o psichico che provi a fermare o anche solo rallentare la loro vittoriosa marcia.

A View From The Top Of The World ha il crisma dei migliori lavori del gruppo americano e tutte le carte in regola per soddisfare anche i fan che nel corso dei decenni hanno mugugnato per qualche passo ritenuto incerto, per esempio il lontanissimo nel tempo Falling Into Infinity (1997), ingiustamente tacciato di essere eccessivamente commerciale (nozione ambigua e scivolosa da maneggiare). I riff assordanti di Answering the Call, l’esortazione ad affrontare le proprie paure della cadenzata ed epica avanzata di Invisible Monster, l’alternante aggressione sonica di Sleeping Giant, una Trascending Time che impasta prog rock e AOR facendone un potenziale hit da radio FM come necessita il mercato USA, una Awaken The Master che ripristina la corsa a folle velocità e spinge la macchina ai limiti delle possibilità, sono le attrazioni luminosissime, anche nelle derivazioni più cupe, mozzafiato ed elettrizzanti, di un parco divertimenti sonoro che, come in un percorso guidato, portano all’ultima sorprendente scoperta, quella che da sola vale il prezzo dell’entrata nel luna park. A View From The Top Of The World è anche il titolo dell’ultimo brano con il quale ai tempi del vinile si copriva una intera facciata e valeva spesso una carriera. I Dream Theater non sono nuovi all’esperienza, anzi è oramai assodato che più la composizione diventa grandiosa e intricata – insomma quando il gioco si fa duro e anche peggio heavy – più la band si sente solidamente sicura sul terreno, padrona delle proprie posizioni e lucida nell’attuare le proprie strategie.

Un lungo e articolato viaggio questa volta fatto di cadenze alternate (diviso in tre sezioni), di momenti pacati e di furenti slanci, di ariose aperture strumentali e di corse in apnea dentro claustrofobici cunicoli; una riflessione ad alta voce sulla propria avventura (forse: «Il fuoco che brucia dentro di noi / Per realizzare un sogno Inseguire nuove ambizioni / Determinato ad avere successo») e una confessione delle ambizioni e delle debolezze («Un viaggio nell’oscurità mi chiama come un cieco in un labirinto / che in qualche modo trova una porta aperta / La bellezza e il pericolo e il desiderio di esplorare / Mi fa sempre tornare per avere di più / Il momento in cui riconosci / Proprio dove si trovano i tuoi limiti»), la consapevolezza di essere arrivati in cima e avere comunque una responsabilità che va oltre i traguardi raggiunti («L’impossibile non è mai fuori portata / Quando le barriere vengono infrante, la grandezza è raggiunta / La fiducia in se stessi costruirà una vita di eredità»). Oltre 20 minuti di durata che iniziano come la colonna sonora di un kolossal e catturano come un racconto eroico, scatenando visioni e immagini forti come il possente labirinto strumentale che le genera. Non è la prima suite dei Dream Theater, come detto, ma è certo che diverrà tra le preferite dell’intero repertorio della band sin qui.

A View From The Top Of The World è un disco maturo, possente, spigoloso, che i Dream Theater giocano sul tavolo verde come carta che ha il potenziale per essere pigliatutto: per mettere in chiaro che i padroni del prog-metal sono ancora loro.

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