Recensioni

C’erano una volta gli anni ’80. E c’era una volta il Paisley Underground: storia di un decennio di lacche e plastica e del movimento musicale che ne rappresentò l’antitesi, la risposta alla dilagante musica sintetica e all’hair metal di quel periodo, che era anche una presa di posizione politica. Dunque, storia di un conflitto culturale prima di tutto, o meglio, della cultura da una parte e del nulla dall’altra. Alla fine la spuntò il nulla: gli anni ’80 vivono ancora oggi – in musica, al cinema, in TV – mentre il Paisley, sviluppatosi a Los Angeles a partire da un nucleo di band che si conoscevano tutte e intrecciavano spesso collaborazioni artistiche, finanche grigliate e scorribande notturne, si esaurì nel giro di poco tempo. Ma finché durò rappresentò una delle tante “resistenze” al zeitgeist reaganiano, assieme all’hardcore di Washington DC e al college rock di band come R.E.M. e Replacements.
A inaugurarla, nel 1982, fu proprio l’album d’esordio dei Dream Syndicate, The Day Of Wine And Roses, tra le opere più celebrate del Paisley Underground, insieme al suo seguito, Medicine Show. Entrambi gli album hanno avuto tour celebrativi: il debutto tra il 2022 e il 2023, mentre quest’ultimo, a più di quarant’anni di distanza, viene oggi riportato in Italia in un ciclo di quattro date, tra cui quella al Largo Venue di Roma.
La coerenza è sempre stata una delle cifre dominanti dell’operato del Sindacato dei Sogni, e forse è proprio grazie a questa se ancora oggi la band capitanata da Steve Wynn è rispettata al pari di colleghi più celebrati come, per esempio, la sopracitata formazione capitanata da Michael Stipe, la cui proposta musicale, orientata anche al recupero dell’”acidume” Sixties – specialmente nei primi anni di attività – non si discostava molto da quella dei DS. I Dream Syndicate, tuttavia, arricchivano (e continuano ad arricchire) il piatto con molti altri ingredienti: le pulsioni metropolitane dei Velvet Underground, l’elettricità desertificata di Neil Young, la riscoperta delle radici folk, blues e country, unite alla vena punk promanante dagli Stooges e all’afflato new-wave dei Television, senza rinunciare all’ambizione di affrancarsi dalla dimensione di nicchia cui erano relegati come “partigiani”. Già nel maggio 1983 avevano aperto circa quindici concerti degli U2 in Nord America, e per il sophomore album, pubblicato l’anno seguente per la major A&M, si affidarono alle cure di un produttore mainstream come Sandy Pearlman (Clash, Blue Oyster Cult).
Lo show capitolino, al pari degli altri di questo giro italiano, non si apre con il set dedicato all’opera oggetto di celebrazione, ma con quello che in scaletta viene battezzato “21st Century”, una carrellata di brani appartenenti alla nuova incarnazione della band inaugurata discograficamente nel 2017, quasi come a voler rispondere alla chiamata di soccorso di quei pochi che, in tempi non sospetti, avevano già ravvisato nell’epoca attuale – dominata dai social e dalla retorica degli influencer – il rischio di una riedizione aggiornata degli anni ’80. «Suoneremo prima alcuni pezzi più recenti – annuncia Wynn dopo i primi due brani in scaletta – poi torneremo più giovani di quarant’anni e suoneremo tutto Medicine Show. Il brutto è che quando uscirete di qui tornerete di nuovo a essere più vecchi di quarant’anni».
Il tempo, inteso come metrica, non viene rispettato appieno dai due schermi ai lati del palco, che rimandano immagini leggermente fuori sincrono rispetto a quanto avviene sul palco. Ma sono dettagli, come l’acustica dello show, non del tutto ottimale. E comunque ogni difetto è emendato da un ensemble che non si limita certo al minimo sindacale, tanto per restare in tema.
Ovviamente il lascito storico ed estetico dei DS resterà indissolubilmente legato a quella meravigliosa negazione del decennio dell’edonismo, ma il catalogo di più fresco conio ha certamente la statura per reggere il confronto con il repertorio classico del combo – che si presenta sul palco con tre elementi (leader più bassista e batterista) su cinque appartenenti alla lineup storica – in una parte di concerto dominata dai brani del riuscitissimo How Did I Find Myself Here?, tra cui Filter Me Through You, Glide e la title-track. Poi, dopo una breve pausa, è appunto finalmente il turno di Medicine Show, proposto – come promesso – in its entirety, anche se non nello stesso ordine dell’album. «Non lo suoniamo così perché vogliamo proporlo come se lo stessimo di nuovo portando in tour, come nel 1984. Ho indosso anche la stessa giacca di allora», scherza il frontman e principale compositore a proposito del suo abbigliamento.
L’encore è invece affidato a due indiscussi inni del seminale The Days Of Wine And Roses, vale a dire Tell Me When It’s Over e That’s What You Always Say, prima della conclusiva Let It Rain, cover di un brano di Eric Clapton datato 1970, a rimarcare ancora una volta quell’estetica retrò a suo modo rivoluzionaria, tanto in un’epoca come gli anni ’80 dominata dal culto dell’apparenza, quanto (se non di più) in quella odierna. Poi certo, stiamo sempre parlando di spettacolo: i medicine show erano esibizioni itineranti in voga specialmente nel Far West durante il XIX secolo, e i DS in fondo sono anche loro dei preachers stealin’ hearts at a travellin’ show.
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