Recensioni

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Iceman, stoicismo trap, artificiosa malinconia, vittimismo a palate, revisionismo di una narrazione mainstream, riguardo alla propria autobiografia recente e alla faida con Lamar, che a quanto pare ha ancora delle pieghe, dei risvolti, del blob inesplorato al suo interno, e che vede il povero Aubrey Grahams un diffamato cuccioletto indifeso contro i “poteri forti” di radio, etichette e opinione pubblica.

Dopo il beef, e un joint album con PARTYNEXTDOOR su amore materiale e cuori infranti ($ome $exy $ongs 4 U), Drake  torna come una nuova farsa di sé stesso, addirittura pubblicando tre album simultaneamente: Iceman, Habibti e Maid of Honour. Tra le speculazioni attorno a questa scelta, c’è chi teorizza una fuga da un contratto di 400 milioni stipulato con Universal nel 2022. La stessa casa discografica che Drake aveva accusato di diffamazione lo scorso anno, sempre riguardo allo scontro con Lamar. Un’imitazione, quindi, di ciò che Frank Ocean aveva fatto con Def Jam nel 2016. Solo che se dieci anni fa l’ex Odd Future fregava il suo contratto con l’etichetta pubblicando prima Endless, poi Blonde subito dopo per via indipendente (due pietre miliari dell’r&b alternativo), l’operazione del canadese, una delle più chiassose e magniloquenti in carriera, è solo un gigantesco buco nell’acqua, piuttosto deludente.

Iceman, l’album principale del tridente nonché l’unico già annunciato in precedenza (attraverso un messaggio contenuto in un’installazione di ghiaccio a Toronto) è un triste e testardo manifesto di autoreferenzialità e frustrazione. “The boy” riesce a essere ridicolo sia come vittima che come carnefice, come oggetto o soggetto del suo rap. Con il guanto glam di Michael Jackson in copertina (più volte il canadese si è paragonato a MJ in carriera), il suo nuovo emblema di onnipotenza è un continuo flusso di autocommiserazioni, lamentele e impietose ostentazioni.

Frecciatine a Lamar, costanti, pietose, come quelle di chi, nella sua testa mentre è sotto la doccia, riesce a vincere ogni litigio; a Asap Rocky, più per una gelosia neanche troppo latente verso l’ex fiamma Rihanna; a J.Cole, Lebron James, Demar DeRozan ecc…, che a quanto pare, da “amici” quali erano, lo hanno tradito durante la storia recente. Una tiritera di gossip e provocazioni, di un victory lap solido come una piuma, che non fa altro che nascondere una crisi di mezz’età piuttosto tragica.

Aubrey non guarda oltre a quanti rolex riesce a comprarsi, a quanti complimenti riesce a strappare, a quanti amichetti stronzi gli hanno voltato le spalle, a quanta falsta street credibility riesce a vendere come brand. È un pupillo del sistema che crede di essere underdog, una superstar vittima del suo stesso orgoglio, che si crede perfetto. Un bersaglio. Il rappresentante ideale di un hip hop che non “hip hoppa” più, eppure continua a far benissimo in classifiche, algoritmi e playlist.

Musicalmente, questa insicurezza endemica travestita da imperturbabilità, è filtrata dai soliti difettucci sistemici del nostro, affiancati tuttavia da qualche buona, sporadica intuizione. Che ci vuoi fare, è un album di Drake, con la più classica delle strutture a playlist. Quindi trap, triplets e spacconeria (Whisper My Name, What Did I Miss?,Bs On The Table), r&b melenso e notturno (Burning Bridges, Don’t Worry), boom bap minimalisti e distensivi, lo-fi e dal lungo respiro (Make Them Pay, Make Them Know, Firm Friends…) tenuti ben compatti e soporiferi dal timbro monocolore del nostro, dai melodrammi melodici, dai flow iper-riciclati. Il tutto nella macedonia trasnazionale di più di 70 producer coinvolti, da Ovrkast e Conductor Williams fino a Boi-1Da, Jester Beats e Nico Baran.

Una qualche nebulosa di novità la sentiamo in 2 Hard 4 The Radio, pezzo hyphy e retromaniaco (il richiamo è a un pezzo storico del californiano Mac Dre), una grande sfanculata (questa volta fatta con un senso) a Lamar e i richiami west coast del suo GNX; oppure in Little Birdie, che svolazza in un sentore da mixtape dei primi ‘2000 (mix grezzo, DJ Tag e ritmiche seghettate), dando a questo disco a-storico e inconsciamente misantropo un sapore di umanità e cultura.

Drake, insomma, ha scritto il suo funerale senza nemmeno rendersene conto. Lui, sormontato dal suo ego, continua a sentirsi il migliore di tutti, proprio per questo tradito, temuto, ostacolato, ma mai nel torto. La verità tuttavia è che Grahams, senza ormai arte, cultura o carisma, è solo il baluardo di questo party ormai defunto che è il rap di alta classifica. E se è proprio questo l’album che ancora una volta infrange record su record, di che ci possiamo lamentare in fondo?

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