Recensioni

Se non vi sembra azzardato o inopportuno, direi che Malcolm John "Mac" Rebennack Jr., meglio conosciuto come Dr. John, ha trovato in Dan Auerbach il suo Rick Rubin. Nel senso che sotto la cappella produttiva del chitarrista dei Black Keys la sua ben nota calligrafia azzecca una formidabile attualizzazione, un po' come accadde – fatti tutti i distinguo stilistici del caso – al Cash degli American Recordings. Un bozzolo di vibrazioni analogiche, groove ancestrali, ragli elettronici e cori bollenti nel quale il Nostro si agita sornione e satanasso, ogni spicciolo di nostalgia convertito in monete cool coniate col metallo nobile del blues bastardo made in New Orleans. Un intruglio cangiante nel quale indovini forme disparate, dalla trama etno robotica psicoattiva (quasi Eno–Byrne) di Ice Age ai fantasmi swing waitsiani di Big Shot, dai turgori Motown con sbuffi beatlesiani di Revolution fino al Van Morrison giovane di God's Sure Good e Getaway, traccia quest'ultima benedetta dall'assolo di chitarra dell'anno (con buona pace del caro Jack White, al cui Blunderbuss pure Dr. John ha partecipato).
Il giochino dimostra qualche limite quando sembra preoccuparsi troppo di essere conforme al proprio mito (Kingdom Of Izzness) o se la coperta dell'ispirazione si rivela un po' corta (il para-reggae marezzato di piacioneria Tom Jones di You Lie). Al contrario, intriga al massimo quando si mette in testa d'ibridare elementi così lontani così vicini, vedi l'afro funkadelico impastato a deserto e soul di Eleggua, oppure la Band sul punto di farsi downtempo di My Children, My Angels. E' un disco riuscito perché fa scendere Dr. John dal piedistallo impolverato della leggenda e lo fa suonare come un mistero acido e ridanciano. Una versione di sé al limite del caricaturale, se proprio vogliamo, però viva e sferzante come da qualche decade non capitava.
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