Recensioni

7.1

La perdita del padre e l’interruzione di una relazione amorosa sono momenti negativamente decisivi ma, nonostante ciò, Douglas Dare, nome di punta di Erased Tapes, con Aforger, fa emergere la volontà – dichiarata in press realease – «di non creare un album di rottura (break-up)». Piuttosto il suo Aforger metabolizza la sofferenza in una riflessione su come l’amore possa cambiare le nostre percezioni e sull’influenza della tecnologia e dei social media sui sentimenti umani. Insomma, una incursione in territori sociologici e psicologoci che in musica (ci muoviamo in territori post-soul) si traduce in una maggiore complessità. Il binomio minimalista piano-voce del precedente, e interessante, Whelm, si arricchisce con l’uso di chitarre distorte, sintetizzatori, droning (viene in mente l’Hopelessness di Anohni), a creare un ambiente oscuro, dalle tinte gotiche ed eteree, ma senza cadere eccessivamente in un dirupo cupo e deprimente. Come a voler dimostrare una forza d’animo capace di superare paranoie e sofferenze. E, infatti, nel finale dell’album si ritrovano l’emozionante e dolce ballad con riferimenti divini Venus e l’up-tempo (con un allegro accordo di acustica) di Thinking of Him.

L’apertura, Doublethink, riassume le preoccupazioni dell’autore, che, con voce intima e sofferta, racconta attraverso un testo poco scontato della dimensione parallela in cui entra la mente quando ci si trova connessi («I’m buried in doubletought, doubletought») citando anche Orwell («Freedom is slavery»). Il momento più toccante e drammatico il Nostro lo tocca nell’invocazione urgente e diretta al padre scomparso di Oh Father, che si sviluppa su inquietanti palpiti di pianoforte, atmosfere orchestrali e preghiere corali, ma anche nella solitudine – quasi una marcia funebre – di Stranger. Da un torpore di cupe orchestrazioni e synth spettrali che avrebbe reso l’ascolto troppo paranoico, si esce pian piano. Così in New York il pianto soul («Will I ever love another?») dedicato alla ex incontra un delicato e romantico piano dalla sfumature jazz, una progressione di drums nello stile del James Blake meno dubstep (elementi che ritornano in Binary) e un finale radioso con trombe e fiati.

Sincero e diretto nell’espressione vocale, personale e universale in testi che viaggiano tra intimità e riflessioni sociali, Douglas Dare dipinge un coinvolgente ascolto fatto di luci ed ombre.

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