Recensioni

7.1

È quasi un protocollo: scoperta di una “perla” dimenticata (vera o presunta), pubblicazione su uno di quei blog di vecchie stranezze/nuggets al cubo, passaparola, culto che cresce, quotazioni del disco pure, infine ristampa. Se poi il disco ha una storia curiosa intorno da ripetere e riraccontarsi in ogni post(o) che ne parla, meglio; e se inoltre se ne innamora anche Ariel Pink, meglio ancora.

Potere del mito del genio incompreso e dell’Eldorado del capolavoro ignoto, declinati nel rock e dintorni come ambito e sul web 2.0 come mezzo, per cui torna alla luce anche un disco la cui copertina, come è stato detto, griderebbe “cestone delle offerte subito e senza passare dal via”.

La storia culto di cui sopra lo vuole registrato nella profondissima America rurale (stato di Washington ma ben lontano da Seattle) dove arrivava solo la radio (e del ’79 non certo i Pere Ubu, visto il noto conservatorismo musicale dell’FM USA di fine ’70), ad opera di due ragazzi il cui padre, desideroso di sostenere la vocazione dei figli, vende acri di terreno per costruire loro uno studio (e un auditorium). Sforzi premiati quasi nulla da un disco che viene diffuso poco più che nei dintorni (e praticamente a mano), dove appunto un paio di decenni dopo lo scopre un famoso collezionista-blogger.

Ci sarebbe di che sospettare l’ennesimo hype costruito, e l’apertura di Good Time, un rock vivace e entusiasta con più di qualche imprecisione (rallentamenti e riaccelerazioni, colpi non del tutto sincronizzati – idem la funk jam strumentale Feels Like The Sun che chiudeva il primo lato con l’invito a “suonarci o cantarci sopra”), pur divertente, non è la migliore premessa.

Poi però, guidati dalla voce tra acuti adolescenziali e dolenza soul di Donnie, si scoprono una crosbyana Give Me The Chance punteggiata di chitarre Creedence e di fluttuazioni space, un blues distorto e spaziale come la conclusiva My Heart, l’Elton John di Dream Full Of Dreams e di Love Is, che sono i Love in versione sommessa e rarefatta così come scarna è Baby, la morbida ballata white soul che ha irretito la maggior parte degli amanti del disco (vedi il suddetto Ariel Pink, che l’ha ripresa nel suo ultimo Mature Themes) e che abbastanza a ragione ne è considerata il fiore all’occhiello.

Al netto delle esaltazioni da archeologi, dunque, un bel catalogo di rock “provinciale” vergato con un’efficace penna pop, cui è giusto rivolgere un po’ dell’attenzione che non aveva avuto ai tempi dell’uscita.

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