Recensioni

Ricordate Povia? Quello di Quando i bambini fanno oh. Oggi l’ (a)critica vede la luce di una lampadina e fa “oh”, la fiammella di una candela, il riverbero di un lampione, dello schermo di un cellulare, e fa “oh”. Ha visto la luce. Che ha la profondità di un metro di campo e dura il tempo di una carica. Cambiando prospettiva, alzando lo sguardo, come l’(a)critica prona non riesce (non può) a fare, in cielo la notte si vedono delle lucine, piccole piccole. In realtà potentissime, accecanti, enormi. Solo che provengono da così lontano nello spazio e nel tempo che sembrano poca cosa. Magari sono lì da prima della comparsa dell’umanità e lo saranno anche dopo la sua dipartita. Stelle. Una di queste si chiama Donald Fagen.
Quanti “oh” usare per darne una descrizione adeguata? Sarebbe meglio un “oooh”, oppure un “ohhhhhhhh”? Meglio due parole che dicono tanto, benché non tutto: Steely Dan. Vocaboli stringati che funzionano come un ideogramma, contenenti un significato che va oltre la rappresentazione del segno. Nove lettere che esprimono il senso di “intelligenza”, “straordinarietà”, ma anche “unicità”, “eleganza”, “armoniosità”. Di un “oh” che echeggia fino a diventare un drone. Bene, Donald Fagen è il 50% degli Steely Dan: Donald Fagen + Walter Becker; attorniati da una pletora dei migliori turnisti americani di area pop-rock-jazz.
Tutti insieme – ode complessiva a chi gravita attorno ai titolari del progetto, così spesso di importanza fondamentale, quasi mai sottolineati a sufficienza –, tutti insieme appassionatamente hanno realizzato, dal 1972 al 1980, sette album che sono uno dei migliori distillati derivati dall’abbraccio e il dialogo di art-rock, pop, jazz, e non solo, che si scambiano ruoli e competenze. Un corpus di sette dischi che è un molok per l’imponenza della figura che si staglia su un mondo ingolfato di sagome di cartone, ma che volteggia con la leggerezza di un ballerino classico: con “grazia steely”, inossidabile (ma duttile), proprio come l’acciaio che richiama la parola.
Una ricerca strutturale, formale e tecnica – Aja, del 1977, è tutt’ora un disco di riferimento per testare le apparecchiature stereo –, certosina e leggendaria, cui però Walter Becker e Donald Fagen pagano pegno, inevitabilmente. La ossessiva dedizione al lavoro, gli anni di forzosa convivenza tra studio di registrazione e palco, che avrebbe logorato la coppia di fatto più affiatata, porta allo scioglimento della band.
Nel giugno 1981 Donald Fagen avvisò Robert Palmer del New York Times, cui era stato dato il permesso di assistere alle sessioni di Gaucho, che lui e Walter Becker si sarebbero separati per perseguire obiettivi diversi. Il desiderio del chitarrista era di dedicarsi alla produzione di altri artisti, mentre Fagen avrebbe scritto la musica che sarebbe sfociata in un progetto solista provvisoriamente intitolato Talk Radio. Saputo che la moglie di Roger Nichols – il più stretto e longevo collaboratore tecnico di studio degli Steely Dan insieme a Gary Katz – suonava l’oboe, Fagen la invitò a casa sua per unirsi a un gruppo formato dalla fidanzata Marcelle Clements al sassofono contralto, da una flautista, e da Fagen stesso al sax baritono. Erano i prodromi di The Nightfly; anche se il primo vero lavoro post-Steely Dan portato a compimento è un altro.
A New York il tastierista fu coinvolto nella realizzazione della colonna sonora di Heavy Metal (1981), un lungometraggio d’animazione composto di nove capitoli che portava sul grande schermo le avventure di genere SF/Fantasy/Horror che fino allora si erano svolte tra le pagine della omonima rivista a fumetti americana di grande successo. Appassionato di fantascienza sin da giovane, non fu difficile per Ivan Reitman, il produttore del film, ottenere il consenso di Fagen che registrò True Companion, ennesima raffinata perla della durata di 5’02” che nell’episodio intitolato Harry Canyon viene ridotto a circa un minuto e mezzo di musica. In un certo senso un plausibile anticipo del disco di esordio solista al quale Fagen stava lavorando da quasi un anno, rispetto al quale il musicista ha deciso un approccio ‘tematico’ più intimistico e personale, autobiografico e confessionale. Un modo di narrare mai affrontato dagli Steely Dan, cosa che non sarà l’unico motivo di differenziazione rispetto al processo di lavoro della band.
Alla fine dell’estate del 1981 Fagen si divideva tra i Soundworks e gli Automated Sound di New York e i Village Recorders di Los Angeles, insieme al team tecnico composto da Gary Katz, Roger Nichols ed Elliot Scheiner (oltre Daniel Lazerus cui venne dato l’incarico di registrare le sovraincisioni a New York e l’intera Walk Between The Raindrops). Partendo dai demo realizzati con solo drum machine e tastiere, e a differenza degli Steely Dan che registravano la traccia base con basso, batteria, chitarra e tastiere che suonavano insieme aggiungendo infine fiati e voci, questa volta si scelse di registrarlo uno strumento alla volta, arrivando ad avere tutte le tracce nel giro di un mese.
Nota affatto marginale, la squadra tecnica che accompagnava Fagen sistemò al Village Recorders una macchina digitale 3M a trentadue tracce del valore di 150.000 dollari, cifra allora iperbolica. Introdotta negli studi come apparecchiatura di appoggio ai registratori analogici, dopo alcune prove Roger Nichols stabilì che l’output digitale non aveva rivali: “In diverse occasioni ero pronto a passare all’analogico”, ha raccontato Fagen a Billboard, “ma il mio staff tecnico continuava a insistere per il digitale fino a convincermi”. È in questo modo che The Nightfly è diventato il primo disco a essere registrato totalmente in digitale.
“Il risultato più importante dell’Anno Geofisico Internazionale è la dimostrazione della capacità dei popoli di tutte le nazioni di lavorare insieme armoniosamente per il bene comune”. Si esprimeva così Dwight Eisenhower il 30 giugno 1957, in un passaggio radiotelevisivo congiunto, sottolineando l’importanza di un evento al quale prendevano parte oltre 70 paesi interessati a sondare il pianeta per comprenderne meglio le dinamiche così da ‘occuparlo’ nel modo più armonioso per entrambe le parti: Terra e genere umano. Una iniziativa che oggi passerebbe riassunta in pochi secondi tra i risultati del campionato di calcio e un bollettino di guerra. (Qualora oggi qualcuno si prendesse la briga – 70 paesi! – di organizzare qualcosa del genere).
Sulla scia di previsioni per un futuro entusiasmante derivate da un conflitto mondiale le cui ceneri ancora calde ma dal ricordo finalmente alle spalle, alla fine degli anni ’50 I.G.Y. suscitò tale eco da riverberare nei più diversi alvei culturali e popolari: dai fumetti (nella famosa striscia statunitense Pogo inventata da Walt Kelly, come nella rivista culturale e satirica inglese Punch alla quale ci si riferisce per la nascita del termine “cartoon”) alla musica. Nello stesso anno citato nel titolo, Gil Mellé registrò Dedicatory Piece To The Geo-Physical Year Of 1957 inclusa nell’album Primitive Modern, anticipando così Donald Fagen che all’epoca della pubblicazione del disco del sassofonista e compositore di colonne sonore americano aveva nove anni. Una età nella quale tante cose che ti circondano sedimentano inconsciamente.
È lì infatti che The Nighfly mette radici: in quel clima di attesa per meraviglie alla portata di tutti che sembravano prossime, o almeno possibili, a venire. Il treno sottomarino in grafite e lustrini che collega in novanta minuti New York a Parigi, indumenti in Spandex, la ruota nello spazio accessibile col biglietto. Entro il 1976 “Saremo eternamente liberi sì / ed eternamente giovani” assicura I.G.Y. che apre The Nightfly. “Che bel mondo sarà / Che tempo glorioso per essere liberi”. Non è andata proprio così, ma da bravo lettore di fantascienza spesso anticipatrice, qualcosa Fagen l’ha presa in pieno: “Qui a casa giocheremo in città / Alimentate dal sole”; e “Una macchina giusta per prendere grandi decisioni / Programmata da compagni con compassione e visione”: una visione positivistica dello spettro della A.I. che incombe sui nostri giorni (e chissà che ne sarà in futuro).
Per conferire al brano – che sarà il primo singolo estratto dall’album – quel tono retrofuturista, un perfetto meccanismo in equilibrio tra il senso di aspettativa del bambino e il disincanto dell’adulto che ha visto evaporare i sogni, Fagen ha suonato la linea di basso al pianoforte e Greg Phillinganes aggiunto il piano elettrico Fender Rhodes. Sono stati poi sovraincisi cinque fiati (tre sax, uno di Michael Brecker, la tromba del fratello Randy e un trombone) e quattro backing vocalist, la chitarra di Hugh McKracken che innesta uno straniante ritmo reggae, e il memorabile solo di armonica sintetizzata eseguito ancora dal titolare.
Partenza a razzo (per la ruota nello spazio), prosieguo all’altezza dello starter. New Frontier, altro brano cardine e secondo singolo, resta in scia al pezzo di apertura. La “nuova frontiera” è quella citata da John F. Kenndy nel celebre discorso tenuto alla convention del Partito Democratico del 1960: conquistate le terre, la nuova frontiera andava spostata verso “scienza e spazio”, ma riguardava anche ambiti tutt’altro che palpabili come lo sviluppo tecnologico: “problemi irrisolti di pace e guerra, problemi non conquistati di ignoranza e pregiudizio, domande senza risposta di povertà e surplus”. In New Frontier, sullo sfondo di un’America spumeggiante e briosa, sospettosa (la Guerra fredda) e complottista (l’omicidio di Kennedy), Fagen raccoglie i sogni in CinemaScope (sorprendente meraviglia cinematografica dell’epoca) dell’adolescente che era. Suo padre organizzerà un rifugio antiatomico in giardino: “Nel caso in cui i rossi decidano di premere il pulsante / Abbiamo provviste e tanta birra / La parola chiave è la sopravvivenza sulla nuova frontiera”. Ma Donald non ha voglia di pensare ai russi, meglio rivolgere l’attenzione “a quella grande bionda / Ha un tocco di Tuesday Weld / Indossa un Ambush e porta il French twist / Ci fa impazzire”.
Tuesday Weld è una ex-modella e attrice oggi ottantenne, bambina prodigio dalla carriera sfortunata che ha avuto anche una relazione con Elvis Presley e compare in pellicole importanti come In cerca di Mr. Goodbar (1977), Un giorno di ordinaria follia (1993), e C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone; ma anche in Sex Kittens Go to College del 1960, commedia più adatta alle fantasticherie di un adolescente preda dei primi turbamenti erotici. L’Ambush era un profumo, il “French twist” un modo di raccogliere i capelli a coda di cavallo. Nella testa del ragazzino il rifugio antiatomico diventa un invalicabile baluardo dove appartarsi con le prime conquiste muliebri. Magari con sottofondo di un buon disco jazz: “Hai un fidanzato fisso? / Perche tesoro, ti stavo guardando / Ho sentito che vai matta per Brubeck / Mi piacciono i tuoi occhi, mi piace anche lui / È un artista, un pioniere / Dobbiamo avere un po’ di musica sulla nuova frontiera”.
Appassionatamente citato, il primo album comprato da Donald Fagen è stato Newport 1958 di Dave Brubeck. Anche se sulla copertina di The Nightfly, nell’angolo in basso a sinistra, mette Sonny Rollins And The Contemporary Leaders, dell’omonimo sassofonista di colore newyorchese, del 1959. Introdotta e sostenuta dal basso gutturale di Abraham Laboriel, la canzone è delineata dal bordone insistito di quattro note di pianoforte di Michael Omartian, e interpuntata dai raffinati contrappunti chitarristici di Larry Carlton, dalle armonie vocali di Fagen e Starz Vanderlocket, e dalla perenne presenza di una cowbell che funge quasi da metronomo (riportando alla memoria il Saturday Night Live dell’aprile 2000, protagonisti dell’esilarante sketch “More cowbell” i Blue Oyster Cult, il comico Will Ferrell, e Christopher Walken nei panni del “leggendario” produttore Bruce Dickinson).
The Nightfly ha un ruolo centrale: non a caso offre titolo e immagine di copertina. Canta le “gesta” di Lester “the Nigthfly” (la lucciola), Dj di “Una stazione indipendente / WJAZ / Con jazz e conversazione” di Baton Rouge, Louisiana, che conduce una trasmissione aperta alle telefonate degli ascoltatori: “Sei per una legislazione dura / Grazie per avere chiamato / Aspetto tutta la notte per chiamate come queste”. Ma Lester ha il cuore in frantumi: “Ho voglia di piangere / Vorrei avere un cuore come il ghiaccio / (…) / Non ci crederesti mai, ma una volta c’era un tempo / Quando l’amore era nella mia vita / A volte mi chiedo / Cosa è successo a quella fiamma / La risposta è sempre la stessa / Sei stato tu, sei stato tu / Stasera sei ancora nella mia mente”.
È una figura idealizzata, quella di Lester the Nightfly, che prende forma sulla copertina del disco e vita dalle fantasie di Donald bambino a Kendall Park, nel New Jersey, che nella sua cameretta ascoltava via radio le voci di Jean Shepherd, “Symphony Sid” Torin, ma soprattutto Mort Fega di WEVD: “Era rilassato, competente e schietto, lo zio figo che avresti voluto avere”, ha raccontato Fagen nel suo memoir Eminent Hipsters (2013). Ed è lui adulto, Fagen, a incarnarne l’essenza in quella foto che è diventata iconica, sorta di avatar anche per illustri insider del mondo della musica (per non dire di Nick The Nightfly, pseudonimo del popolare conduttore di punta di Radio Montecarlo): la testa reclinata verso un microfono vintage, la sigaretta tra le dita (le Chesterfield Kings sono citate nella canzone) e il pacchetto al suo fianco, il posacenere e i cerini, sul tavolo.
Il giradischi, le maniche della camicia arrotolate, il colletto slacciato. I capelli tagliati a spazzola, l’orologio sulla parete che segna le 4:10 del mattino. L’espressione accigliata, esito di quel “Stasera sei ancora nella mia mente”. In rigoroso bianco/nero che prende colore tra i solchi, innestando alla partenza una marcia funky, insinuando un coretto (“An indipendent station”) e un hi-hat imprevedibilmente Disco, vi(b)rando al jazz della strofa, certificando lo status di inestimabile gemma per gentile concessione dello stupefacente melting-pop costituito dal bridge strumentale (4:07-4:51).
Ruby Baby è il terzo e ultimo singolo estratto da The Nightfly, uscito nell’aprile del 1983. Cover di un brano scritto da Jerry Leiber e Mike Stoller, una delle coppie di autori più celebri della canzone americana, inciso per la prima volta dai Drifters, la versione che ne dà Fagen è l’ennesima dichiarazione d’amore per il periodo (1956) e un altro esempio della sua abilità di finissimo arrangiatore: il ritornello contagioso che si libra così “easy” – sono stati inseriti campioni ambientali registrati al famoso Studio 54, il tempio della Disco che era adiacente allo studio di registrazione – su un “sottotesto” jazz/fusion al solito cesellato, invece di stridere si rivela un armonioso esercizio di stile ed equilibrio tra mondi agli antipodi, cui solo gli artisti di più alta caratura sanno dare forma e sostanza al contempo.
Altrettanto brillante, caratterizzata dal suono della marimba, la struttura fusion adornata di esuberante e danzereccio esotismo bossa nova, è The Goodbye Look, una solare e fantasiosa commistione tra Il nostro uomo all’Avana, romanzo di spionaggio di Graham Greene pubblicato nel 1958 (e film con Sir Alec Guinness nel 1959) – “Ho letto il libro”, canta Fagen – e la “crisis de octubre” 1962 di Cuba, le due settimane che lasciarono il mondo col fiato sospeso di fronte al pericolo di un imminente conflitto atomico tra gli USA e l’allora URSS (che ci riporta al rifugio antinucleare che Fagen paventa in New Frontier).
Maxine, unica ballad di un disco effervescente anche nelle parentesi malinconiche, apre al sentimentalismo con una punta di colpevole seppur giustificato rammarico. Una tenera riflessione su un momento della vita nel quale scegliere – in amore – se rispettare i limiti della convenzioni o trasgredire. “Alcuni dicono che siamo spericolati / Dicono che siamo troppo giovani / Ci dicono di fermarci prima di iniziare / Dobbiamo resistere fino al Diploma”. Una parentesi in cui negli occhi della tua prima ragazza vedi la donna del “sarà per sempre”: “Parlare della vita, del significato di tutto / (…) / Ci trasferiremo a Manhattan / E riempiremo la casa di amici / (…) / Un giorno ci sveglieremo, faremo l’amore ma fino ad allora / Cerca di resistere Maxine”. Un ingenuo, ma toccante, quadro (il punto di vista di chi narra) che grazie all’incanto intessuto dalla armonie vocali multitraccia di Fagen, nello stile di gruppi come i Four Freshmen popolari negli anni ’50 – che sposavano l’abilità vocale con il jazz della big band – tratteggia il momento più commovente dell’intero disco.
Green Flower Street e Walk Between Raindrops, che chiude l’album, sono i brani più concisi. Il primo un oscuro e incalzante racconto di amore interraziale osteggiato, lo sfondo Chinatown o chissà quale altro luogo “alieno” della metropoli, il finale perentorio come una rivolverata che risolve un noir: “In città / C’è un omicidio in strada / Tieni la mia stretta su Green Flower Street / (…) / Dove una volta abbiamo ballato la nostra dolce routine/ (…) / C’è puzza di vino e cherosene / (…) / C’è un posto speciale per gli amanti / (…) / Lou Chang / Suo fratello sta bruciando di rabbia / Mi piacerebbe sapere cosa ha in mente / Dice, hey amico tu non sei la mia specie”. In un certo qual modo è l’episodio più à la Steely Dan (periodo Aja).
L’altro, in un accattivante e fluorescente turbinio di note, atemporali e shakerate a ritmo di ska, è l’apoteosi dei sogni del giovane Donald: una ultima, ottimistica, sbirciata su una coppia, e un amore – sono ancora loro?, è Maxine? – che alla fine di un litigio, dopo avere camminato sotto la (forse allegorica) pioggia, scrive il capitolo definitivo alla propria storia. A seguire “Quando abbiamo raggiunto la sopraelevata vicino ai grandi alberghi / Abbiamo litigato, ora non ricordo perché / Dopo che tutte le parole erano state dette e le lacrime erano finite”, i protagonisti forse protetti da un ombrello in Spandex, ecco il gran finale baciato dai raggi del sole che fanno capolino tra le nubi che si disperdono: “Giurammo che non ci saremmo mai detti addio”.
C’è una nota che apre i credits di The Nighfly: “Le canzoni di questo album rappresentano alcune fantasie che avrebbe potuto avere un giovane cresciuto nei remoti sobborghi di una città nordorientale tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, cioè uno della mia altezza, peso e corporatura”. Che dichiara apertamente il carattere autobiografico dell’opera, mantenendo lo spirito di speranza, di piacevole sorpresa, di ingenuità collettiva, che per molti aspetti ha attraversato e caratterizzato il ventennio ’50/’60.
Uno spirito che Donald Fagen ha la grande capacità di riportare in vita con la stessa intensità provata quando ciò che descrive, in note e parole, ha vissuto “in tempo reale”. Ma cosa anche più ardua, immagini che sa generare di fronte agli occhi, e sensazione che riesce a fare provare, a chi si ponesse di fronte alle casse acustiche dell’impianto audio con la stessa attenzione e curiosità di quel ragazzino che carpiva ogni parola e ogni suono lanciato nell’etere da Mort Fega di WEVD. Cui subito dopo avere spento il lettore Cd, il giradischi, o qualunque altro aggeggio usato per ascoltare The Nightfly, non sarà raro possa sfuggire un sincero, e probabilmente imprevisto, “oh”.
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