Recensioni

Don’t Worry Darling è uno dei film più chiacchierati della stagione, e non per motivi artistici. Al di là di tutto il drama che il film si è trascinato nei due anni di lavorazione, che cosa ci resta della seconda pellicola di Olivia Wilde regista? Poco. Anzi, pochissimo.
Per parlare di questo film la domanda giusta da farsi non è tanto se sia un bel film o meno. Il punto è: cosa ha da aggiungere di nuovo al filone sci-fi? E come sono gestite le istanze femministe che Wilde tenta di portare avanti? La risposta, ad entrambe le domande, non è positiva.
Alice (Florence Pugh) e Jack (Harry Styles) vivono nella comunità idealizzata di Victory, città realizzata da un’azienda sperimentale che ospita, assieme alle loro famiglie, gli uomini che lavorano a un progetto top-secret. Mentre i mariti trascorrono ogni giorno all’interno del quartier generale del Victory Project lavorando allo «sviluppo di materiali innovativi», le loro mogli passano il tempo a godersi il lusso della loro comunità. Dietro l’apparente cornice di perfezione, si nascondono tuttavia misteri che Alice cercherà di smascherare.
Olivia Wilde si misura con un tema già largamente usato: come si intuisce fin dai primi momenti, infatti, quella di Victory è una realtà virtuale dove è possibile trasferire le coscienze e vivere una vita parallela. Il problema, però, è che le donne della comunità (anzi, le mogli) non sono consapevoli di ciò. I loro corpi sono relegati a letto su decisione dei loro compagni, che ogni giorno “escono” da Victory per fare ritorno nel mondo reale, dove lavorano per sostenere le donne intrappolate. La sera, poi, fanno ritorno nel focolare virtuale, dove ad attenderle ci sono delle perfette casalinghe.
Per rappresentare Victory, Wilde sceglie una cifra stilistica fin troppo didascalica e banale. La comunità virtuale, di ispirazione anni ’50, è costantemente illuminata da un sole sgargiante e onnipresente, la città appare plastificata, tanto che, ad un certo punto, vediamo il dito in primo piano della protagonista scivolare su una ricostruzione in miniatura della comunità. Insomma, Wilde vuole ricreare un senso di perfezione tanto quanto di estraniazione, come era già stato fatto da Peter Weir in The Truman Show, da Bryan Forbes con La fabbrica delle mogli nel 1975 e, di nuovo, dal remake di Frank Oz con La donna perfetta (2004). In quel caso le mogli erano robot progettate da un’altra donna, ma l’immaginario creato e la sua morale erano molto simili a Don’t Worry Darling.
Olivia Wilde “rubacchia” qui e là, ma lo fa male. Tra i prodotti più recenti che hanno affrontato il tema, anche Black Mirror è stata di ispirazione: il concetto di coscienze “spostate” da una realtà all’altra era centrale nell’episodio White Christmas, con qualche differenza. Prima di tutto, la realtà virtuale di Black Mirror, quella dell’assistente digitale, è in realtà un inferno per le nuove coscienze, che però esistono come copia e incolla dei loro originali. Gli esseri umani, infatti, vivono tranquillamente le loro vite, con una parte di sé nascosta in una Alexa o Siri ben consapevole di essere intrappolata in una scatola. Ed è qui che si insinuano le istanze femministe del film (ma ci arriveremo dopo).
In Don’t Worry Darling, Wilde usa (fin troppe volte) la metafora dello specchio, già usata, anzi, stra-abusata in passato per suggerire non solo l’esistenza di due piani fisici o temporali, ma anche la lenta discesa verso la pazzia. Perché, come confà ad ogni casalinga disperata che vuole liberarsi dalle catene del nido familiare, Alice viene lentamente emarginata a causa delle sue ansie e delle sue allucinazioni. La donna infatti, dopo essersi avventurata nel deserto, un luogo a metà tra la comunità di Victory e il fuori, inizia a scivolare in una spirale di psicosi, proprio come fosse, appunto, sdoppiata.
Al contrario gli uomini, pur avventurandosi ogni giorno su questa strada vietata, facendo ritorno al loro vero corpo, ne escono illesi. Non viene spiegato perché, ma il motivo è facilmente intuibile: è un mondo fatto per gli uomini, dagli uomini. Ci sono tanti altri punti che la sceneggiatura sfiora appena. A partire dal suo antagonista, il carismatico Frank interpretato da Chris Pine, o sua moglie, Shelley (Gemma Chan), la cui scelta finale appare poco chiara: perché, nel momento in cui Alice sta per lasciare Victory, uccide Frank? Per vendicarsi? Per prendere il suo posto? Che fine fanno le altre mogli? E qual è la storia della vicina Bunny (interpretata dalla stessa Wilde), lì di sua spontanea volontà? E se i bambini non sono reali, c’è una clausola speciale per i partecipanti di Victory (del tipo: non sono accette coppie con figli?) Insomma su questo mondo abbiamo poche informazioni ma confuse, che si sovrappongono al messaggio che Wilde, goffamente, cerca di portare avanti.
Il motivo sci-fi e quello femminista si cedono il passo in maniera didascalica, convenzionale, e sempre timidamente, col risultato che non si esprimono mai al 100%. Ed è un peccato perché avrebbe potuto sollevare una riflessione intelligente, che va oltre il messaggio scontato “le donne sono libere di fare ciò che vogliono”: il lavoro di cura, nonostante le ondate femministe che hanno attraversato il Novecento, continua ad essere esclusiva femminile, e non basta l’emancipazione economica e lavorativa a liberare la donna dal suo peso.
Le donne lavoravano per lunghi turni, come Alice, che nella vita realtà è una dottoressa, per poi tornare a casa e dover pensare alla cena o a lavare i piatti. In tutto ciò, deve anche essere piacente nei confronti del compagno. Da qui, i mariti, che non a caso si incontrano su internet (dove comunità di incel e affini ce ne sono in abbondanza), decidono che è tempo di cambiare rotta riassegnando i ruoli che la società attribuiva alle donne prima della rivoluzione femminista. Una parentesi a cui il film dedica pochi minuti, che trapela dalle parole di Frank (“noi ripudiamo il caos”) e dalle scene ambientate nel mondo reale (rappresentate in maniera molto didascalica come una realtà grigia e piovosa).
Sul tema femminista, invece, Olivia Wilde ha sprecato lunghi discorsi sulla scena di sesso orale che Jack pratica su Alice. L’aspettativa, dunque, era di una rappresentazione che potesse rovesciare i canoni a cui siamo abituati, ma anche in questo caso la regista non va oltre a ciò che abbiamo già visto in passato. Anzi, dura poco e non aggiunge niente alla trama.
La sensazione è che la regista volesse tentare di tenere in equilibrio mistero, azione e messaggio finale, col risultato che solo la parte finale – quella, cioè, in cui Alice fugge – è ben calibrata e crea la giusta suspence.
Il film, inoltre, si regge totalmente sulla performance di Florence Pugh, che buca lo schermo pur con così poco materiale. Terribile invece Harry Styles. Sicuramente non era pronto per un ruolo da protagonista, ma una base di bravura c’è. Del resto, Christopher Nolan era riuscito a rendergli decisamente più giustizia con una piccola parte in Dunkirk.
Olivia Wilde viene da un esordio notevole, Booksmart. È un peccato che Don’t Worry Darling, molto più ambizioso del suo predecessore, non abbia soddisfatto le aspettative.
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