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La forza di DMX sta(va) anzitutto nella sua immediatezza. Scene di strada e vita da gangsta come tanti nel rap, ma basta vederlo in qualche video di freestyle, voce roca e consumata e stizza in mano, per capire che in lui non ci sono mai state sovrastrutture o costruzioni. Earl Simmons ERA il suo personaggio, e non c’erano fratture tra maschera e persona. Merito probabilmente di un’infanzia traumaticamente difficile: figlio di una ragazza madre fanatica, ossessiva testimone di Geova capace però di menare il figlio fino a fargli sputare i denti. Il bambino che sarebbe diventato DMX dormiva sul lurido pavimento di un project qualsiasi di NY, con topi e scarafaggi che gli passavano sul viso durante la notte. A scuola era violento e aveva brutti voti: un giorno pugnalò al viso un compagno con una matita, provò a incendiare l’edificio e si presentò spesso e volentieri ubriaco. Tutto questo prima della fine delle elementari. L’ovvio proseguo di vita cominciata così prevede un’adolescenza tra furti e droghe, vivendo per strada e mangiando alle mense dei poveri per scappare dalle botte della madre, con un’asma cronica e una diagnosi di disturbo bipolare. Mentre fa la spola dentro e fuori dalla galera, lo salva la musica hip hop: scopre di avere un talento per il beatboxing, inizia a fare il dj firmandosi DMX (dal nome dell’omonima drum machine) e poi si dà anche al rap, sfondando la diga di un talento straordinario. 

Con una solida reputazione di strada e qualche comparsata come feat. in pezzi di artisti ben più blasonati (da Jay-Z a LL Cool J) a titillare l’hype, il suo esordio arriva nel 1998 sotto Def Jam. Anche se le perplessità nel mondo musicale non mancano: It’s Dark and Hell Is Hot è un disco brutalmente impervio, ruvido e sincero fino a rasentare la sgradevolezza. DMX rappa di violenze e vendette, imita i latrati di un cane rabbioso, sciorina strofe su strofe con la sua voce inconfondibile su beat schelettrici e riduzionisti. Difficile pensare a qualcosa di meno commercialmente papabile per quel tempo, all’indomani delle morti di Tupac e Biggie, con Puff Daddy e Jay-Z a dominare le classifiche. E invece inaspettatamente l’album spopola, vende tantissimo (debutta la primo posto della Billboard 200 e vince quattro dischi di platino) e apre una stagione di intensa produttività per DMX. Anni dopo Nas ricorderà il 1998 come «the year DMX took over the world».

Appunto, tutto sta in un protagonista che funziona: «there’s a difference between doing wrong and being wrong, and that ain’t right» (Let Me Fly). E quello che suona tremendamente right è il connubio tra questa nuove e feroce riproposizione dello topos gangsta e le produzioni di un team composto da Dame Grease, PK, Irv Gotti, Younglord e Swizz Beatz. Nel suo riduzionismo figlio di Rick Rubin, in realtà il suono del disco ha spesso più a che spartire con certe influenze dirty south a base di crunk, come negli archi sintetici di X-Is Coming e Stop Being Greedy. Altrove si sente anche un po’ di Eminem, sia a livello di suono (ancora degli archi, ma più sottili) che di scrittura, con un introspettivo autobiografismo che sarebbe arrivato alla sua apoteosi con il Marshall Mathers LP. Il brano più esemplificativo in questo senso è senz’altro Damien, perno centrale del disco e sorta di ripresa gangsta del Faust: il Damien del titolo altri non è che il Diavolo in persona, che nel pezzo dialoga con DMX tentando di convincerlo a perpetrare atti di violenza in cambio di soldi e fama. In questo senso, oltre a Em, l’altro nome a echeggiare è senz’altro 50 Cent, di cui DMX è un decisivo precursore. La sua dimensione è insomma quella di anello di congiunzione tra la Shady Records di inizio millennio e il secco minimalismo di LL Cool J e Def Jam varia. 

Altrove invece primeggiano umori rockisti, come nel tandem basso-chitarra di Fuckin’ Wit’ D, che con il suo riff può richiamare vagamente Know Your Enemy dei Rage Against the Machine, oppure ancora nella bassline cicciotta e croccante Crime Story. Addirittura a un certo punto spunta pure il fantasma di Phil Collins, con l’ottantiana I Can Feel It che riprende il ritornello di In the Air Tonight.  Poi arrivano anche beat più pensosi e riflessivi, come nella pianistica Look Thru My Eyes, e retaggi West-Coast (How’s It Goin’ Down potrebbe essere un pezzo di Pac). Su tutto, skits e campionamenti ambientali tra spari, sirene della polizia, campane e rumori di strada danno una coerenza anche sonora da immersivo racconto urbano. Negli anni successivi, tra disastri finanziari e continui ritorni in carcere, nuovi capolavori in un triennio di vendite enormi e infiniti figli disseminati per l’America, le montagne russe della vita peronale e artistica di DMX non si sarebbero mai arrestate, fino al tragico epilogo a soli 50 anni. Ma, come nel caso di Nas con Illmatic, questo esordio resta lo spunto migliore per avvicinarsi alla sua produzione, oltre che uno dei dischi hip hop più belli e importanti degli anni Novanta. 

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