Recensioni

A modo loro i DMA’s mi incuriosirono già ai tempi dell’omonimo EP d’esordio del 2014: cosa ci facevano in costante repeat su Spotify dei ragazzini australiani (ma profondamente wannabe-inglesi) autori di musiche in tutto e per tutto vecchie di vent’anni? Una parte della spinta era data da una certa nostalgia per i fratelli Gallagher e un’altra piccola parte era data dalla mancanza di una proposta simile nel panorama contemporaneo; ciò detto, se brani come Feels Like 37 o Delete rientravano tra le preferenze d’ascolto, era perché rappresentavano in primis ottimi esempi di semplicità ed immediatezza, a prescindere dalle influenze o dalle sonorità. Non solo: i DMA’s mi sono sempre sembrati onesti nel tributare la golden age del britpop perché, a parte alcuni movimenti di Thomas O’Dell dietro al microfono, non sono mai scesi nel ridicolo imitandone il look tout court o esasperando le pose. Detto questo – e lo testimoniano anche le diverse Union Jack che sventolano durante i loro divertenti live – è impossibile parlare del terzetto di Sydney senza scomodare la Cool Britannia. Il giochino di fondo ha retto piuttosto bene nell’album di debutto Hills End ma, ahinoi, inizia già a scricchiolare all’interno del sophomore album intitolato For Now.
Da un lato ci sentiamo di apprezzare l’ampliamento del ventaglio della proposta con il conseguente – definitivo – distacco dalla sensazione di stare ascoltando dei cloni degli Oasis, dall’altro non possiamo fare altro che evidenziare come For Now suoni troppo pacato, dimesso e in alcuni frangenti addirittura cheesy, con soluzioni che ci saremmo aspettati da una band di vecchi mestieranti al settimo disco, non da una formazione che flirtava con il garage rock fino all’altro giorno. Intendiamoci, la qualità della scrittura – che continua a premiare la melodia e i ritornelli tendenti all’anthemico – è ancora intatta, ma aleggia un forte sentore di appiattimento sia a livello strumentale che di produzione (ne è un esempio il canto di O’Dell messo eccessivamente in risalto). I due brani che hanno lanciato il lavoro rappresentano in pieno le due estremità stilistiche dell’intera tracklist: In The Air è l’emblema della versione più soft degli australiani (spesso accompagnata da un strumming acustico vagamente “da parrocchia”), mentre For Now ne rappresenta la versione più spaccona, in questo caso stretta discendente degli Stone Roses del Second Coming.
In The Air (che può ricordare alcune ballad degli Stereophonics) è, purtroppo, l’unico brano realmente riuscito tra quelli “soft”: Health avrebbe un chorus («I’ve been losing heat in the fire») potenzialmente esplosivo ma si perde nel nulla, Tape Deck Sick è scialba quanto alcune cose dei Kooks, Do I Need You Now? è affogata da un arrangiamento fiacco e obsoleto, mentre altrove si palesa lo spauracchio del Richard Ashcroft solista e non quello di Alone With Everybody, sfortunatamente. Leggermente meglio va quando, pur evitando di schiacciare sull’acceleratore come in passato, i musicisti si abbandonano al guitar-pop più classico (Dawning e Lazy Love). Curioso, se non altro, il tentativo groovey di The End.
Preso per quello che è, ovvero un disco di accessibile pop-rock, For Now è un lavoro discreto, forse più che discreto. Rimane però un certo amaro in bocca pensando che, depurato da scelte da studio discutibili (per quanto curate), avrebbe certamente avuto un impatto differente. Rammarico che siamo sicuri possa essere attenuato sul fronte live e che speriamo venga mitigato con il prossimo album.
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