Recensioni

6.6

Avevamo lasciato Dj Seinfeld al debutto, quattro anni fa, col suo Time Spent Away From U. Titolo rivelatore, oltre che dell’ovvio connotato romantico, anche della distanza temporale con il mondo disco house dei fastosi anni ’90, ai quali lo svedese cercava con ogni briciolo di sample, synth e beat di ritornare. Tempo trascorso lontano, desiderio di ritornare, in una parola nostalgia. Lo ritroviamo oggi alla seconda prova, Mirrors, e un po’ fa tenerezza ritrovarlo dove l’avevamo lasciato, in una stanza del passato dove riecheggiano ricordi sotto uno strato di polvere. 

È ancora un’elettronica ad alto carico emotivo, quella che Armand Jakobsson costruisce su spiccate basi house ma anche IDM, con quelle linee di basso morbide (She Loves Me fonde) e i sintetizzatori asciutti a guarnire. Se, come raccontato da Jakobsson, il disco ha avuto una genesi guidata dal ritorno in Svezia conseguente alla malattia del padre, i contorni assumono tinte malinconiche che trovano però nella luminosità un contraltare importante. Non è, insomma, un lavoro cupo o disincantato: si intravede il desiderio di andare oltre i traumi e le difficoltà. Lo testimoniano, oltre a molti titoli (I Feel Better, Walking With ur Smile, Home Calling) anche le note di piano italo-disco del singolo U Already Know o quelle quasi carillonesche di The Right Place. A tratti vicino alla sensibilità melodica di un Tycho di recente approdato anch’egli su Ninja Tune (Home Calling), Dj Seinfeld si aliena in parte dalle piste da ballo che aveva soltanto sfiorato – restandone al margine, come notava Daniele Rigoli – all’esordio, andando a bazzicare orari più tardo-pomeridiani, se vogliamo usare questo metro di paragone. Magari una spiaggia, magari più solitaria che affollata – ecco l’IDM e un certo solipsismo – e nella quale lo sciabordare delle onde ben si sposa con una certa ripetitività delle tracce. Probabilmente cariche di personali meditazioni da parte di Jakobsson, ma poco più che relegate al sottofondo di un’estate che finisce. 

Manca profondità, a questo Mirrors. Non basta un lavoro di produzione più a fuoco rispetto al disco precedente, più ricco in stratificazioni e melodie laddove all’esordio prevaleva la bassa fedeltà: troppo spesso i pezzi finiscono per somigliarsi, con la scontata alternanza tra drop melodici e parti ritmiche (These Things Will Come to be, The Right Place). Tutto già troppo detto e sentito, in parte velato da una specie di patina glo-fi meno eighties e più nineties (quando non addirittura successiva). Un non luogo e un non tempo che ben si sposa con la sospensione vacanziera che ha già nostalgia di se stessa mentre si svolge, e però si esaurisce presto senza quasi lasciare ricordo di quanto è stato.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette