Recensioni

6.6

Nel secondo disco di Pilooski e Pentile si riconoscono molte delle coordinate disco-synth che hanno costruito l’immaginario degli anni ’00. In particolare l’influenza della DFA, già vista tornare di moda quest’anno con i Factory Floor (Seabox) e trampolino di lancio del duo con il singolo Synchronize in collaborazione con Jarvis Cocker nel debutto omonimo di qualche anno fa. In più la psichedelia visionaria dei MGMT (Dry By), il dark dei Cure (Dive Wet), i synth puliti à la Depeche Mode con qualche scontrosità arrangiata in tonalità minori (Sip Slow), un minimalismo che riscopre gli uptempo dei Franz Ferdinand e li taglia con ritmi vicini ai Bloc Party (Hydraa), per poi finire con qualche visione psych-balearic (Shades of Cyan). 

Pesante influenza del “passato appena passato” e ipotesi di una prima ondata di revisionismo dei Noughties: in questo stanno a fagiolo anche i featuring vocali di Kevin Parkes dei Tame Impala (Aydin) e di Mark Kerr, batterista nella band di Joakim. I Discodeine hanno buoni arrangiamenti e condimenti pop-indie-dance da spendere sull’hic et nunc 2.0. Ingredienti che non guastano e alleggeriscono la proposta, portandola su coordinate a cavallo fra dancefloor e palco. Un buon prodotto quindi, anche se c’è un qualcosa che non quadra. 

L’operazione di emulazione del passato di gruppi rock come Black Rebel Motorcycle Club, Thrills, Rapture, Strokes e Kings of Convenience aveva scatenato già anni fa su queste pagine una nutrita teoria sul loro valore relativamente minore (a parte pochi casi) rispetto ai nobili padrini. Che sia ora di tirar fuori anche il tag emul-synth? Non siamo ancora alla connotazione negativa, ma poco ci manca. Rifare gli Air con qualche battuta à la LCD Soundsytem, alla lunga, può stancare. Occhio al plagio, ragazzi.

 

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